Quando si parla seriamente di comunicazione in ambito marketing, non si può tralasciare il ruolo né della pubblicità né dell’ingegneria sociale, indagando come la comunicazione spinta (e spesso “oscura”) agisce sulle menti dei propri interlocutori.
Sono felice di inaugurare un ciclo di approfondimenti per Lab Academy sulla comunicazione, la psicologia dei consumi e il fantastico mondo dell’esperienza percettiva con un argomento controverso e decisamente attuale:
Comunicazione, pubblicità e ingegneria sociale
Sarà un webinar dedicato interamente alle dinamiche della trasmissione di significati, valori e opinioni fino al condizionamento inconsapevole, tanto nell’advertising quanto nelle opere di generale persuasione sociale.
Webinar gratuito, dalle 16 alle 17:30, con spazio alle domande e alle riflessioni “live”. Il webinar non verrà registrato, dunque vi invito a riservarvi fin d’ora un posto e a incontrarci online il 19 Aprile.
“Per cambiare la struttura sociale dobbiamo cominciare dall’interno, non cambiare solo l’esterno.”
Jiddu Krishnamurti
Ho ricevuto la consueta newsletter che Santi invia dopo essere stato in India. La sua destinazione è come sempre la scuola Achiut Patwardan, gestita dalla Fondazione Krishnamurti in India (KFI) nelle immediate vicinanze dell’antica città di Varanasi (si può approfondire il progetto di cooperazione qui).
Una newsletter di 13 pagine che si leggono tutte d’un fiato e che poi lo sospendono, il fiato, per un po’. Ne pubblico parzialmente il contenuto e le sue splendide foto con il suo permesso.
Ci sono moltissimi cambiamenti in questo paese, ed è difficile capirne la portata. La cosa che è sempre più evidente in questi ultimi anni è la determinazione a investire nel costruire. Si tratta soprattutto delle infrastrutture come autostrade e aeroporti, ma non è solo questo. Ci sono edifici in costruzione ovunque. (…) I lavori di costruzione sono molto bene accetti dalla popolazione che ne vede il potenziale di riscatto e di cambiamento rispetto a un passato segnato dalla stagnazione economica.
Mentre gli occhi del mondo sono puntati sull’Ucraina e molti si riscoprono improvvisamente sensibili verso la gente che soffre, persone come Santi Borgni non hanno mai avuto bisogno di leggere titoli di giornale per considerare come vanno le cose, e per condividere quanto si può – risorse, tempo, aiuti diretti – per migliorarle e svilupparle.
Le strade sono più pulite, gli accumuli di spazzatura che erano abbandonati un po’ ovunque sono scomparsi. L’aria è decisamente migliorata, forse per effetto della maggiore pulizia delle strade. Sono stati installati dei semafori che permettono in alcuni punti un passaggio sicuro ai pedoni, e chi ha visto il traffico di Varanasi sa come questo sia un salto quasi miracoloso.
Anche se trecentocinquanta milioni di persone in India vivono ancora con meno di due dollari al giorno, la miseria sta pian piano diminuendo, e questa è una buona notizia. Ma i ragazzini? E le istituzioni scolastiche? Che ruolo hanno in questa crescita, e come sono andate le cose durante e dopo la pandemia?
Alba sul Gange vista dal centro
Apprendo da Santi che le scuole in India sono state chiuse un anno e mezzo e che hanno riaperto solo a fine Gennaio 2022. Un anno e mezzo! Come ovvio, solo la popolazione agiata ha potuto beneficiare della didattica a distanza; tutti gli altri piccoli e adolescenti si sono riversati nei cortili delle scuole mentre i genitori – come ovvio – hanno continuato a lavorare.
Non è pensabile chiudere in casa chi si procura da vivere giorno per giorno e non ha, in casa, nessuno spazio se non quello per dormire che viene trasformato ogni mattina per il giorno.
Nessuno comunque ha potuto capire perché le scuole rurali siano rimaste chiuse così a lungo quando la chiusura non rappresentava in nessun modo una protezione dall’infezione del coronavirus per la popolazione ma andava solo a generare un danno più che visibile e difficilmente calcolabile ai bambini e al loro futuro. I soliti dilemmi politici, probabilmente, che si riversano sulla povera gente.
Morale: un bambino che prima della chiusura frequentava, ad esempio, la prima, si ritrova oggi a riapertura delle scuole in terza. Il recupero probabilmente verrà diluito negli anni, ma tant’è.
In questo panorama generale, La Scuola Achiut Patwardan ha continuato a funzionare: ha avuto la possibilità di continuare a pagare regolarmente gli stipendi al personale e durante il lunghissimo periodo di chiusura gli insegnati hanno partecipato alle attività di formazione proposte da Nimesh, il direttore della scuola: lettura di poesie, approfondimenti sulla letteratura, riflessioni sull’insegnamento, con una cadenza di incontri quotidiana.
La visione di Nimesh della scuola si fonda in buona parte sul dare ai bambini il senso della gioia di essere a scuola, del generare in loro il senso di una comunità accogliente. Per questo organizza spesso piccoli eventi soprattutto per le classi superiori.
Nimesh spiega il funzionamento di una cassetta postale
Durante la sua permanenza, è stata organizzata dalla scuola una gita alla B.H.U., l’antica e prestigiosa università di Varanasi. 23 bambine e bambini della 6 classe hanno potuto vedere dall’esterno gli edifici e camminare per le strade alberate del vasto campus universitario. Assenti gli schiamazzi e la necessità di richiami.
È una caratteristica dei bambini e delle bambine di questo posto che mi ha sempre colpito: un’innocenza e una semplicità che raramente sono sopraffatte da altro; la durezza, la competizione o la ricerca di essere notati sono quasi assenti tra loro.
In un’era di forti cambiamenti, ce n’è anche uno voluto dal tempo: molti insegnanti si approssimano all’età della pensione, e la scuola dovrà trovare giovani preparati e appassionati che prendano il loro posto. L’obiettivo è quello di costruire una pedagogia nuova, che offra con intelligenza una visione in grado di rovesciare la storica mancanza di dignità del gruppo sociale da cui provengono i bambini. Si tratta infatti delle caste inferiori – le cosiddette “scheduled cast” da cui proviene chi è destinato ai lavori più umili e meno pagati.
Il progetto della scuola deve poter fornire gli strumenti accademici, di visione umana e della società, che possano costituire la base perché ogni bambino senta profondamente che la sua dignità non è discutibile così come la dignità di chi ha vicino.
Ed ancora con le parole di Santi:
dalla prima visita alla scuola, nel 2008, ho visto i sogni di questi bambini e ho visto la loro vulnerabilità, che avrebbe lasciato quei sogni nell’etere dell’immaginario scontrandosi con una dura discriminazione dovuta alla nascita.
In questi anni abbiamo lavorato insieme, tutti noi, perché quella parola “dignità” potesse diventare un fatto concreto e non solo una buona intenzione.
Tutti lavano il proprio piatto e bicchiere
Molto interessante è il pezzo dove Santi descrive le diverse forme di condizionamento delle famiglie occidentali ed orientali. Non possiamo che ritrovarci, immersi fino al collo, nelle sue parole:
il condizionamento della famiglia occidentale punta al successo individuale e quindi alla realizzazione dell’individuo, il condizionamento indiano al successo della famiglia e quindi ai legami familiari. È chiaro che se ne può parlare solo in modo generale perché sia l’India che l’occidente hanno moltissime sfumature diverse e il sub-continente sta cambiando e rapidamente assorbendo comportamenti occidentali. Nonostante questo si può ancora parlare di differenze e questo può avere un significato anche nel comprendere se stessi.
Al posto del lettore di queste parole, non mi affretterei a tacciare questo discorso come giusto o sbagliato, né a dare dei voti. Piuttosto credo sia importante constatare nei fatti e sentire come risuona tutto questo nella nostra vita e nella nostra società. E a non trascurare le sfumature. Sappiamo che nelle famiglie tradizionali indiane il matrimonio tra due giovani sposi non era – e non è in molti casi nemmeno oggi – un matrimonio tra due individui, ma un matrimonio tra due casate, tra due famiglie. Motivo per cui il matrimonio stesso veniva – e viene – stabilito dalle famiglie, non dai ragazzi. Le entrate economiche non sono le entrate individuali, ma le entrate della famiglia. Le proprietà non sono private, ma vengono condivise. I giochi che vengono regalati non sono per un bambino, ma per i bambini.
Questa descrizione, che rievoca una famiglia che esisteva, si può credere, in occidente cento anni fa, forse ci può aiutare a vedere la frantumazione cui assistiamo in occidente in tanti individui separati – e spesso isolati – occupati dalla propria carriera, dalle proprie opinioni o dal proprio desiderio di esperienze, come effetto di un condizionamento di natura diversa.
Un condizionamento diverso ma simile nella sua origine: una cultura, uno spirito del tempo, che è solo apparentemente una forte e intima spinta a realizzare se stessi e una libera scelta di condurre la propria vita.
In un caso si tende a mantenere e nell’altro a cambiare i valori della generazione precedente. Tanto in un caso quanto nell’altro si è guidati da un condizionamento che appartiene a un tempo e a una cultura e che si impone sulla persona.
Non si tratta dunque di dare etichette o giudizi di valore, ma di comprendere, profondamente, che sempre di condizionamenti si tratta, e che quella che noi riteniamo vivere “in libertà” o come “ingiustizia”, in realtà è una vita frutto di numerosi elementi, intrecciati tra loro in modo sistemico e complesso: politica, economia, cultura, lingua, alimentazione, risorse e così via. Forse ad essere importante è la domanda che si pone a se stessi: ma quali sono, realmente, i miei condizionamenti? Ma certo, lasciandoci con le parole di Santi:
non è davvero il caso di parlarne qui, quello che scrivo è inteso a chiedersi se l’educazione può gettare le basi per comprendere il condizionamento, non solo per comprendere il condizionamento degli altri, ma soprattutto per comprendere il proprio, perché è questo che ci rende meccanici.
Invito a visitare il sito Casa della Pace di Santi Borgni, e se siete stati pervasi da un momento di commozione vi invito a non fermarvi, ma a trasformare quel fiato di sentimento in azione concreta. Sostenere la scuola A. Patwardan vuol dire offrire ai ragazzi e alle ragazze che la frequentano, e che provengono da famiglie povere dei villaggi vicini, la possibilità di una vita migliore, ma vuol dire anche sostenere un cambiamento di prospettiva sulla vita, un esperimento educativo che punta a valorizzare le abilità così come l’interiorità della persona. Vuol dire, potenzialmente, sostenere un cambiamento dell’umanità verso una maggiore consapevolezza e compassione. Il beneficio è per tutti.
Un esercizio pratico che aiuta le aziende ad avvicinarsi alla psicologia dei consumi (qui un mio articolo completo sull’argomento). Perché?
Perché quando il nostro oggetto di studio è l’essere umano e il suo comportamento, possiamo a ragione affermare che ad esserci utili non saranno tanto le risposte, ma le domande. Così ci si approccia al tema in qualsiasi tipo di ricerca, e ho creato questo esercizio per stimolare le imprese a procedere nel medesimo modo.
Il risultato migliore non sarà tanto riuscire a dare tutte le risposte, ma al contrario sarà la consapevolezza di non averne di complete, di nutrire dei dubbi o delle perplessità a cui non si aveva mai pensato. Il fatto di non sapere è essenziale perché sollecita l’ulteriore indagine, l’indagine viene stimolata dall’interesse e l’interesse apre l’orizzonte alla curiosità, ingrediente fondamentale per poter attivare creatività e originalità. E arrivare realmente al consumatore.
Questo esercizio ci avvicina alla complessità della psicologia dei consumi, e quanto più ci si impegnerà nelle risposte, più emergeranno stimoli e idee benefiche per ogni tipo di attività.
A tutti, il miglior augurio di un proficuo inizio lavoro nella mente del proprio cliente e nei suoi reali bisogni, una meta di viaggio che di certo non smetterà di stupire chi saprà muoversi con destrezza, rispetto e viva curiosità.
Lo considero personalmente uno dei più importanti traguardi lavorativi dell’ultimo anno: essere riuscita, in particolar modo con l’aiuto di Ascomforma Cuneo e di Ascom Mondovì, ad abbinare in un percorso di reale innovazione e sostenibilità (www.socialtraining.org) anche la salute dei bambini e degli adulti.
Sono lieta di invitare chiunque abbia interesse ad incontrare 3 grandi professionisti nell’ambito della salutogenesi ai seguenti incontri che, grazie al contributo di Fondazione CRC, saranno completamente gratuiti:
Lunedì 8 Novembre | Ore 9:00-11:00 via Zoom
dr. Eugenio Serravalle
Laureato in Medicina e Chirurgia, Specializzato in Pediatria Preventiva e Puericultura e Patologia Neonatale
La salute dei bambini
Prevenzione primaria e rimedi naturali per rispondere ai problemi che fanno spaventare le mamme e crescere alla grande.
Attenzione: l’iscrizione è gratuita ma i posti sono limitati. Affrettati, ma ti chiediamo di iscriverti agli incontri solo se potrai effettivamente partecipare nelle date e negli orari indicati. Grazie!
Ce l’abbiamo fatta. In soli due giorni posti esauriti, una gran voglia di iniziare e tanti messaggi di entusiasmo tra noi organizzatori. Siamo pronti!
Sto parlando del progetto Social Training, un progetto di ripresa realmente sostenibile.
La sua storia è molto semplice. Durante l’emergenza ho studiato Social Business alla Copenhagen Business School perché cercavo un’idea. Insieme ad amici e colleghi infatti, stavamo assistendo attoniti alle conseguenze della gestione pandemica anche sul mercato, non senza incredulità e sgomento. Il mio mestiere di docente e consulente mi ha condotta a conoscere e a coltivare i rapporti con tantissime piccole e medie aziende, e constatare l’impotenza, la mancanza di mezzi e idee delle imprese per resistere e ripartire, ci ha condotti alla ricerca di una soluzione, di una strada percorribile per una ripresa che non fosse solo una bella parola ma che fosse vera, reale, verificabile.
Al contempo, la preoccupazione riguardo alla mancanza di una vera cultura sulla salute tra la popolazione in generale, mi ha spinta a riflettere e a condividere considerazioni in merito alla necessità di ripartire a 360 gradi. Le aziende sono fatte di persone, e le persone hanno il diritto di star bene e di avere a disposizione non solo informazioni sulla patogenesi ma anche sulla salutogenesi, una disciplina che al pari della prima affonda le radici in decenni di studi e ricerche, ma che rimane per lo più sconosciuta nel nostro Paese (per approfondire il tema leggi: La differenza tra patogenesi e salutogenesi)
Non solo. Sotto gli occhi di tutti si manifesta un’altra necessità: fare rete, fare squadra, e di nuovo utilizzo il termine realmente, veramente, in quanto la collaborazione si rivela essere la strategia più profittevole e intelligente per resistere alle perturbazioni e alle scosse sociali.
Ecco allora l’idea: abbinare la tecnica, la digitalizzazione e la sostenibilità sul territorio alla salute e alla collaborazione reciproca. Un progetto unico nel suo genere, abbinamenti primi in Italia di cui siamo davvero soddisfatti. Nasce dunque:
E dopo qualche mese ecco che Social Training ha preso vita. La prima uscita e concretizzazione del progetto avverrà infatti tra qualche giorno in modalità FAD in abbinamento con incontri in presenza. Grazie ad Ascomforma, Confcommercio Carrù, Ceva, Cuneo, Mondovì e Saluzzo abbiamo riempito tre aule per tre diversi percorsi animati da queste parole chiave:
– digitalizzazione consapevole – ovvero attenzione alle concrete risorse e opportunità offerte dal mondo digitale per le persone, il turismo, i prodotti e i servizi. – sviluppo del territorio – ovvero l’impiego del digitale non solo per farsi conoscere ma per rilanciare terre, luoghi, relazioni, incontri. – uso strategico del marketing – ovvero training di alto livello sul marketing sviluppato grazie alla ricerche di neuroscienze, psicologia dei consumi e trend nazionali e internazionali. – rete (reale) tra piccole e medie realtà commerciali – ovvero presentazione, interazione e sviluppo concreto sul web e sul territorio. – responsabilità – ovvero apprendimento e sviluppo autonomo di una nuova cultura della comunicazione e del marketing. – salute e salutogenesi – ovvero occuparsi parallelamente di noi stessi, dei nostri figli, del nostro corpo e del nostro equilibrio mentale.
Grazie al contributo di Fondazione CRC e grazie a chi ha creduto e portato avanti il progetto: Ascomforma Agenzia Formativa, Confcommercio Mondovì, Confcommercio Ceva, Confcommercio Carrù, Confcommercio Saluzzo e Confcommercio Cuneo.
Grazie a Jean Alberto Durbiano (nella foto) di Confcommercio Mondovì per aver sostenuto l’idea con vivo entusiasmo (si vede, vero?).
Per ricevere ulteriori informazioni, prenotarsi per i prossimi percorsi in partenza o contattarmi, è possibile scrivermi su questa pagina:
È quando pensiamo di essere migliori degli altri che iniziano i problemi, ed è quando non si affrontano con decisione che continuano a svilupparsi.
È proprio arrivato il tempo che la psicologia prenda una posizione seria e autorevole verso questa situazione surreale, dove le scelte personali sono diventate scelte di bandiera, dove stiamo tollerando che media e persone autorevoli – che dovrebbero rappresentare un esempio per la popolazione – disseminino zizzania e parole di incitamento all’odio, e dove si ha paura persino di respirare, di manifestare dubbi o di far domande, tanto siamo pervasi dall’ingenua convinzione che la scienza non ammetta repliche e dalla folle idea che “se lo dicono in TV deve essere vero e giusto”.
Che si torni a ragionare, e che la psicologia aiuti a farlo in modo concreto, forte della sua storia e delle sue conoscenze sull’odio individuale e sociale. È questo il suo compito, non l’adozione di un nauseante atteggiamento politically correct a tutti i costi; è adesso che le persone hanno bisogno dell’aiuto di chi ogni giorno lavora proprio con la sofferenza che in molti stanno subendo o facendo subire. O entrambe le cose.
L’odio viene instillato giorno dopo giorno attraverso la polarizzazione, ed il movente sono le scelte e le posizioni personali riguardo alla gestione emergenziale. Un altro aspetto criticabile da oltre un anno. Il fatto è che quando viene instillato l’odio verso chi si ritiene essere la causa dei mali del mondo, noi esseri umani non riusciamo a rimanere lucidi, se non a fronte di uno sforzo che oggi siamo tenuti a fare. Quanto meno siamo consapevoli che il contesto ha la potenziale capacità di “contagiarci” come ha già contagiato altri in casi analoghi, più diventiamo causa di pericolose polarizzazioni e perdiamo di vista ciò che conta davvero. La storia è ricca di esempi, e questo sta già avvenendo.
Ecco allora che assistiamo a dei fenomeni di odio quotidiano che meritano tutta la nostra attenzione:
sui social network, quando si diventa leoni da tastiera, forti della distanza che ci separa dai nostri interlocutori e della comunicazione disumana che viene rinforzata da altrettanti influencer odiatori nel mondo virtuale;
per strada, verso le persone che diventano “pazzi”, quelli che “non hanno capito niente”, solo perché hanno o non hanno la mascherina, perché sfilano o non sfilano nei cortei, perché mantengono o non mantengono le distanze, perché hanno o non hanno il cerotto sul braccio;
nei commenti sprezzanti e arroganti, privati, che si fanno sugli altri, a loro insaputa, dove diventa facile decretare che chi non la pensa come noi è brutale, ignorante, assassino, “sorcio”;
sul lavoro, dove ancora pare che non tutti abbiano capito che il lavoro è un diritto inviolabile, e che la gente lavora per vivere e per realizzare i suoi obiettivi di vita intimi e privati. Ci si erge a sceriffi e a giudici senza aver compreso né l’utilità nel farlo, né le evidenti contraddizioni che vi sono connesse.
Ecco che allora la psicologia è chiamata in causa per ricordare come opporsi all’influenza sociale indesiderata e come resistere alle seducenti lusinghe delle influenze esterne negative. È un auto-richiamo, perché i nostri ordini professionali non ce lo hanno chiesto. Sembra piuttosto che tali lusinghe pervadano anche il nostro mestiere, facendoci perdere la bussola della nostra identità professionale e costringendoci ad un’impotenza generatrice di incoerenza e dissonanza, se non di attuazione svilente di direttive più politiche che scientifiche.
Dobbiamo invece opporci a gran voce all’odio e prendere una posizione forte in merito, in modo ancora più netto rispetto a come abbiamo fatto già alcuni mesi fa, ad esempio, con il Comunicato di allarme di psicologi e psichiatri. Toglierci dalla faccia la nostra placida espressione da “va tutto bene” perché no, non va tutto bene per niente. E possiamo spiegare perché.
La psicologia può e deve servirci a fare delle previsioni, e a correre ai ripari. Sappiamo tutti benissimo a cosa conduce l’odio verso il prossimo e verso se stessi, e questo è il motivo per cui l’odio è da contrastare, innanzitutto evidenziandolo per bene. Per farlo occorre conoscerlo e riconoscerlo nelle piccole cose, e aiutare la gente a comprenderlo fuori da sé ma anche, e soprattutto, dentro di sé.
L’odio genera odio, la violenza genera violenza e distrazione verso le cose che davvero sono importanti. Il sistema sembra condurci oggi all’ostilità e all’arroganza; a schierarci gli uni contro gli altri, a fomentare ingiustizie e diseguaglianze. Il prossimo passo sarà la violenza fisica, auto-inflitta – come l’auto-lesionismo e il suicidio, fenomeni già in drammatica crescita – e quella riversata sugli altri.
La psicologia non può fare finta di niente e aspettare inerte che il peggio si amplifichi e sia troppo tardi. Almeno faccia la sua parte dove può: nella clinica, nella consulenza, nella formazione e nella comunicazione sui social network. Lo faccia nella vita privata soprattutto e davanti ai giovani, che necessitano di esempi meno pericolosi dei fomentatori di odio che ritrovano ovunque, dalle televisioni ai social network, anche tra le autorità. Lo faccia comprendere agli ordini professionali, spesso nascosti dietro ad un silenzio imbarazzante o lanciati su proclami che generano vergogna.
Philip Zimbardo
Come possiamo fare? Che ognuno lo faccia nel suo stile e nel suo modo, ma i punti per opporsi agli effetti devastanti dell’odio sono pochissimi e sono semplici. Sono quelli stilati da Philip Zimbardo nel suo celeberrimo libro “L’effetto Lucifero – Cattivi si diventa?”. Zimbardo ha chiamato in questo modo il processo che spiega come l’aggressività sia fortemente influenzata dal contesto in cui l’individuo si trova. Prima di Zimbardo l’aggressività veniva attribuita quasi esclusivamente a fattori interni all’individuo, ma proprio grazie al suo esperimento – convalidato da migliaia di altri studi – conosciamo oggi l’importanza dell’ambiente nel determinare le condotte individuali.
I punti che emergono dal lavoro di Zimbardo, qui adattati al nostro tempo ma identici nell’essenza, sono solo dieci, ma potrebbero cambiare tutto e molto in fretta se solo li adottassimo noi per primi e li trasmettessimo in ogni modo e con ogni mezzo agli altri, a prescindere dalle idee e dalle opinioni.
Diffondiamoli con ogni mezzo e in ogni occasione. Diffondiamo conoscenza, non arroganza.
1) Ammettiamo le nostre lacune, sbagli e debolezze
Non siamo perfetti né onniscienti. Che si stia con i Guelfi o con i Ghibellini, ci manca di certo la visione completa delle cose. La scienza è dibattito, dubbio e ricerca costante, non si arrocca su certezze per natura. Insegniamo ad avere un approccio scientifico in primis su noi stessi.
Scusarsi apertamente riduce la necessità di giustificare o razionalizzare i nostri errori e quindi di continuare a dare supporto a cattive azioni o azioni riprovevoli. Confessare gli errori distrugge la motivazione a ridurre la dissonanza cognitiva, e compensare ai danni inflitti a lungo termine è sempre un vantaggio. Abbiamo offeso qualcuno? Ammettiamolo. Abbiamo danneggiato qualcuno? Facciamo ammenda, fino a quando la parte danneggiata non si sarà dichiarata soddisfatta.
Le ferite non si ricuciono con fili invisibili e parole al vento, ricordiamolo.
2) Facciamo molta attenzione
In molti contesti, persone sveglie fanno cose stupide perché non prestano attenzione a caratteristiche cruciali delle parole o delle azioni di agenti influenzanti e non notano evidenti segnali situazionali. Dobbiamo ricordarci di non vivere la nostra vita con il pilota automatico, ma di concederci sempre un momento per riflettere sul significato della situazione attuale, per pensare prima di agire. Per ottenere i migliori risultati occorre aggiungere il pensiero critico, domandare prove che suffraghino le asserzioni, esigere che le ideologie siano abbastanza elaborate da permetterci di distinguere la retorica dalla sostanza, immaginare scenari finali delle conseguenze future di qualunque pratica attuale. Occorre rispettare le soluzioni semplici per risolvere rapidamente problemi personali o sociali complessi. Occorre incoraggiare il pensiero critico nei bambini fin dalla più tenera età, aiutarli a diventare persone più sagge, più diffidenti e più informate.
3) Impariamo ad essere responsabili
Lamentarsi acriticamente delle situazioni che si vivono significa di fatto negare di far parte del sistema in cui determinate dinamiche prendono vita. Assumersi invece la responsabilità della propria parte – attiva o passiva che sia – esattamente per ciò che si sta vivendo, ci mette al posto di guida. Se ci sediamo sul sedile posteriore senza un autista responsabile, sappiamo già che fine faremo. Si diventa più resistenti all’influenza sociale indesiderabile se si mantiene sempre un senso di responsabilità personale e se si è disposti a essere ritenuti responsabili delle nostre azioni. Se un personaggio presente in TV e per di più considerato autorevole fa delle dichiarazioni che inneggiano all’odio, ricordiamoci che siamo noi ad aver acceso l’interruttore. Come tale, possiamo spegnerlo e far ritornare tranquillamente la persona al suo anonimato. Che si riconquisti il nostro rispetto e il nostro appoggio.
4) Affermiamo la nostra identità
Non bisogna permettere agli altri di de-individuarci, di collocarci in una categoria, in uno scomparto, in una casella, di trasformarci in un oggetto. No-mask, no-vax, negazionisti, cospirazionisti, covidioti, assassini, terrapiattisti e chi più ne ha più ne metta. Non è giusto: affermiamo in ogni occasione la nostra individualità, decliniamo il nostro nome e le nostre credenziali, a voce alta e chiara e insistiamo affinché anche gli altri adottino lo stesso comportamento. Operiamo per cambiare qualunque condizione sociale che renda etichettabili le persone. Promuoviamo invece le pratiche che fanno sentire gli altri speciali, così che anche loro abbiano un senso di valore personale e di autostima. Non permettiamo nè pratichiamo stereotipie negative: parole, etichette e battute possono essere distruttive se sbeffeggiano altre persone. Il male si annida nella polvere.
5) Rispettiamo l’autorità giusta ma ribelliamoci contro l’autorità ingiusta
In ogni situazione, facciamo in modo di distinguere fra quelli che detengono l’autorità che, per la loro competenza, saggezza, anzianità o per il loro status speciale, meritano rispetto, e le figure di autorità ingiusta che esigono obbedienza pur essendo prive di sostanza. Molti che si ammantano dell’autorità sono pseudo-leader, falsi profeti, imbroglioni, promotori di se stessi che non dovrebbero essere rispettati ma disobbediti e apertamente additati alla critica.
6) Diamo valore alla nostra indipendenza
Il potere del desiderio di accettazione è tale che alcune persone sono disposte a fare quasi qualunque cosa per essere accettate e anche di più per evitare di essere respinte dal gruppo. Talvolta però il conformarsi a una norma del gruppo è controproducente per il bene sociale. È imperativo determinare quando seguire la norma e quando rifiutarla, ed essere disposti e pronti a dichiarare la nostra indipendenza al di là del rifiuto sociale che può provocare. Non è facile, specie per chi ha un’immagine di sé è isomorfa a quella del loro lavoro. In questi casi le pressioni per fare gioco di squadra sono quasi irresistibili. Dobbiamo allora fare un passo indietro, accogliere opinioni esterne e trovare un nuovo gruppo che sostenga la nostra indipendenza e promuova i nostri valori.
7) Facciamo più attenzione al framing
Il modo in cui le questioni sono presentate ha spesso più influenza degli argomenti persuasivi sviluppati entro i confini del discorso. Inoltre forme efficaci di framing, o di cornici di narrazione, possono non sembrare affatto tali, ma semplicemente spezzoni di frasi, immagini, slogan e loghi. Ci influenzano senza che ne siamo consapevoli e ci orientano verso idee e questioni che esse promuovono.
8) Equilibriamo la nostra prospettiva temporale
Quando ci facciamo intrappolare in un presente dilatato possiamo essere indotti a fare cose che non sono realmente quelle in cui crediamo. Il fatto di vivere una condizione che non ha una scadenza e che viene diluita passo dopo passo, aumenta la dilatazione. Possiamo resistere se abbiamo abbastanza consapevolezza di uno schema temporale passato che contiene i nostri valori personali e dove fatti e situazioni si sono già svolti e rappresentano esempi per apprendere. Sviluppando una prospettiva temporale equilibrata, in cui sia possibile attivare passato, presente e futuro a seconda della situazione e del compito attuale, potremo agire più responsabilmente e saggiamente. Sono accaduti fatti simili nella storia? Cosa è accaduto alla società quando ci si è coperti gli occhi davanti alle prime manifestazioni di odio e discriminazione tra i cittadini? Come ha fatto l’essere umano a contrastare l’ingiustizia e la disuguaglianza fino ad oggi?
9) Non sacrifichiamo le libertà personali o civili all’illusione della sicurezza
Il bisogno di sicurezza è un potente determinante del comportamento umano. Nella maggior parte dei casi gli spacciatori di influenza acquisiscono potere su di noi offrendoci un patto faustiano: sarai al sicuro se cederai un po’ della tua libertà, personale o civile, a quella autorità. Occorre rifiutare il baratto, non sacrificare mai la libertà personale in cambio della promessa di sicurezza perché i sacrifici sono effettivi e immediati e la sicurezza è una remota illusione. Nel nostro caso, nemmeno convalidata dalla nuova religione comune: la scienza.
10) Contrastiamo i sistemi ingiusti
Le persone vacillano di fronte alla forza dei sistemi descritti, ma la resistenza individuale coniugata con quella di altri che condividono lo stesso atteggiamento e la stessa determinazione può fare la differenza. Resistere può significare allontanarsi fisicamente da una situazione influenzante e controllante, può significare sfidare il pensiero di gruppo ed essere in grado di documentare tutte le accuse di atti illeciti, oppure ottenere l’aiuto di altri. il sistema può ridefinire l’opposizione individuale come un’allucinazione, sostenere che due oppositori condividono una follia a due, ma con tre persone al nostro fianco sarà impossibile non tenere conto delle nostre idee.
Un’ultima raccomandazione: asteniamoci dai peccati veniali e piccole trasgressioni, come mentire, fare pettegolezzi, diffondere voci, ridere di battutine sprezzanti, fare dispetti o prepotenze. Possono diventare il trampolino per peccati ben più gravi. Le grosse cattive azioni nascono sempre da piccoli episodi che sembrano banali, ma ricordiamo che il male è una china scivolosa. Una volta avviati su quel sentiero, è facile scendere sempre più in basso.
Fonte:
P. Zimbardo, L’effetto Lucifero – cattivi si diventa?, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007. Trailer del film The Stanford Prison Experiment: https://www.youtube.com/watch?v=3XN2X72jrFk
Si veda anche:
S. Milgram, Obbedienza all’autorità. Uno sguardo sperimentale, Einaudi, Torino, 2003.
Recentemente alcuni gruppi di imprenditori, per far fronte alla sempre più stretta necessità di sviluppare la propria comunicazione online, mi hanno chiesto un modo facile e rapido per arrivare direttamente ai consumatori. Non avevano tempo, non avevano conoscenze informatiche o di strategia particolari, non avevano altri mezzi se non il loro smartphone per creare eventi o promozioni che potessero essere visibili in modo immediato. Ho proposto loro Telegram.
Attraverso alcune associazioni di categorie illuminate in materia di promozione e collaborazione, sono stati creati supergruppi e canali proprio su Telegram. I gruppi e i canali sono stati concepiti come locali, abbiamo studiato una strategia di comunicazione che consentisse di elaborare post interessanti, una frequenza di pubblicazione, delle linee guida di editing grafico e testuale, eventi collettivi stagionali.
I giorni di briefing su Telegram sono stati particolarmente vivaci ed elettrizzanti, in quanto per la prima volta la maggior parte dei commercianti ha visto come il corretto utilizzo di un mezzo comune possa portare a risultati concreti e condivisibili in davvero poco tempo.
Perché tutto questo? La psicologia dei consumi impone che si cerchino non solo risposte tecniche o di tendenza, ma anche profonde ed emotive. L’emotività è alla base della comunicazione e del marketing di un’impresa, e conoscere le dinamiche psicologiche alla base del loro funzionamento offre ragionevoli spunti su come usare nel modo più profittevole possibile determinate metodologie e piattaforme.
Diversi sono i motivi per cui Telegram è tanto amato.
si usa in modo facile ed è velocissimo. Non si deve perdere tempo a comprendere come si utilizza in quanto ha molte caratteristiche simili alle app di messaggistica più conosciute;
lo si usa tanto per chattare e comunicare con amici e parenti, quanto per rimanere in contatto con iniziative e brand. Comunicare con uno strumento che si usa per i propri rapporti più stretti rinforza la connessione emozionale con le altre entità con cui si rimane in contatto attraverso lo stesso strumento;
non lascia mai “a piedi”: anche quando il nostro cellulare è scarico o è spento e non si può accedere alla app, Telegram funziona comunque nella versione desktop. Una bella libertà;
non richiede backup delle conversazioni, rischiando di perderle durante il reset del telefono, dato che le si ritrova intatte una volta effettuato l’accesso;
è fortemente associato alla sicurezza, in quanto difende la privacy ed è basato su un sistema di cifratura molto complesso (nel 2015 ha sfidato gli hacker di tutto il mondo con la messa in palio di una ricompensa di 200.000 dollari a chiunque fosse in grado di decriptare il contenuto di un messaggio inviato da Telegram. Dopo qualche anno nessuno è riuscito ancora nell’impresa);
la comunicazione emotiva è fondamentale quando non si ha un rapporto in presenza. Telegram offre un vastissimo numero di emoticon, stickers e possibilità di personalizzazione. Basta cliccare su una qualsiasi emoticon, ad esempio, e i suggerimenti arrivano in automatico;
permette di chattare con se stessi. Questo è molto importante, ad esempio, per salvare files che ci interessano o per inviarci promemoria. Non vi è mai successo di scrivere un messaggio a qualcuno che conoscete bene per poi aggiungere: “ti ho mandato una cosa ma è per me”?
Naturalmente, come ogni strategia, occorre avere alcune nozioni di base e un piano marketing funzionale.
Uno strumento social, per quanto di immediata comprensione e dalle molteplici possibilità, non può essere usato con improvvisazione, specie se si ha a che fare con comunicazioni commerciali e professionali. Cosa occorre?
Innanzi tutto occorre sapere che – anche in questo caso – l’unione fa la forza. A meno che non si abbia davvero un folto numero di consumatori decisi a seguirvi anche su Telegram, l’unione con altre realtà locali è davvero un’ottimo modo per sviluppare e rinforzare il territorio e con esso, ovviamente, anche la propria attività commerciale.
Diventa necessario possedere alcune nozioni di base sulla comunicazione emozionale e la psicologia dei consumi, in modo da trasformare il canale o il gruppo in un veicolo realmente seguito e di interesse.
Occorre stabilire delle regole di base tra gli amministratori con grande chiarezza e un calendario editoriale di gruppo, ovvero “chi pubblica cosa e quando”.
Infine, come sempre, vincono le idee chiare in ottica multicanale: 1) stabilire cosa si vuole trasmettere, 2) a quale tipo di consumatore 3) come farlo in modo coerente con lo strumento e con il brand 4) come farlo in collegamento con le altre piattaforme.
Non c’è nulla di difficile, spesso è solo una questione di metodo e di creatività.
Sei volte in un mese. Sebbene come consulente sia normale vedere emergere i punti deboli in un’organizzazione, non mi era successo con così tanta frequenza, e sei volte in un mese non possono certo passare inosservate.
Sto parlando delle volte in cui qualcuno – tipicamente un imprenditore o un responsabile della comunicazione esasperato – mi parla con preoccupazione o livore degli informatici presenti in azienda o nelle varie agenzie di consulenza a cui si rivolgono: programmatori, softwaristi, sviluppatori, tecnici, esperti architetti e designer di siti web, blog, ecommerce e di tutto ciò che una cultura digitale può concepire.
Sebbene le lamentele siano tante, spesso queste non vengono affrontate direttamente e restano taciute, continuando tuttavia a serpeggiare come sordidi stati d’animo pronti a saltare fuori alla prima occasione, spesso malamente.
Una raccomandazione: questo articolo non vuole generalizzare sulla persona che fa un mestiere informatico e non riguarda pertanto tutti. Si parlerà qui di problematiche spesso avvertite negli ambienti lavorativi: spesso non significa “sempre”, ci sono persone che svolgono un lavoro informatico che non rientrano in questa descrizione e ci sono persone che svolgono un altro tipo di lavoro che invece ci rientrerebbero. Complessità connaturate all’argomento.
Le lamentele si assomigliano quasi tutte:
Sanno tutto loro, tu non sei nessuno
Non ti ascolta neanche, sa già la risposta e ho l’impressione che quando parlo gli stia dicendo un sacco di banalità. Mi fa sentire come fossi idiota.
Devi conoscere il loro linguaggio. Se chiami “estensione” un “plugin”, non capiscono, non si sforzano. E sei tu quello che non capisce niente.
Sono quadrati, funzionano per codice binario. Si-no, bianco-nero. Le sfumature li infastidiscono.
Non ci sa fare con le persone. Crede siano macchine, interagisce il meno possibile, non ha mai preso un caffè con noi. Non sappiamo nulla della sua vita e non mostra nessun interesse per la nostra.
È un pessimo comunicatore. Risponde ai clienti con supponenza, partendo dal presupposto che lui (o lei) abbia fatto uno splendido lavoro e che sia il cliente ad avere torto.
Se c’è un ritardo di consegna o qualcosa va storto, non è mai colpa sua: è sempre responsabilità di qualcun altro o addirittura della tecnologia. Questo non ammettere mai i propri errori mi fa andare proprio in bestia.
Potrei andare avanti, ma credo che l’antifona sia chiara, e talvolta comporta brutte conseguenze: inasprimento dei rapporti, intolleranza, pregiudizio, fino a vere e proprie denunce. Cerchiamo allora di capire qualcosa in più e come fare per evitare queste spiacevoli situazioni.
Lavoro, allenamento e personalità
Senza cadere nelle più estreme generalizzazioni, di certo qualche ipotesi si può avanzare e riguarda tutti noi: quando il nostro lavoro – e per giunta quando su questo investiamo anche il nostro tempo libero – comporta lo sviluppo di un range specifico di abilità, molte altre ovviamente vengono meno, e le conseguenze presto o tardi si fanno sentire. Banalmente, se andiamo in palestra e alleniamo solo i muscoli delle braccia, non potremo aspettarci che quelli delle gambe si sviluppino e ci sostengano in modo efficace.
In linea di principio chi svolge un mestiere informatico, spesso (ripetiamolo: spesso non significa sempre) si concentra principalmente sulle cosiddette hard skills. Le hard skills sono abilità e competenze quantificabili che corrispondono, ad esempio, alla conoscenza di programmi e pacchetti informatici, all’uso dei diversi linguaggi di programmazione, alla capacità di utilizzare specifici macchinari e strumenti alla produzione. In questa categoria rientrano inoltre le competenze tecniche che riguardano l’area SMAC (Social, Mobile, Analytics, Cloud) a cui possono aggiungersi anche quelle relative all’Intelligenza Artificiale, alla robotica, all’internet delle cose o alla cybersecurity. Chi fa questo mestiere si allena giornalmente a ragionare in termini matematici e attraverso modelli digitali, con un pericolo: quello di allontanarsi progressivamente dagli esseri del nostro mondo che non ragionano per numeri e grafici ma che hanno necessità di usare le emozioni per comunicare. Sto parlando degli esseri umani.
A molti informatici parrebbe mancare proprio questo: un altrettanto buon allenamento che consenta loro di vivere felici nel magico paese delle emozioni, dell’irrazionalità e dei rapporti interpersonali, dove uno più uno, a volte, fa tre.
Sono le cosidette soft skills, di cui molto si parla in ambito lavorativo e che rappresentano spesso un banco di prova indispensabile – sebbene non quantificabile – per far carriera e per co-creare ambienti interpersonali sostenibili e creativi. E rimanere di conseguenza in buona salute fisica e mentale.
5 esercizi di soft skills per informatici in difficoltà
Voglio dare allora qualche consiglio professionale ai tanti informatici che spesso si trovano in difficoltà o che contribuiscono a generare malumore e malessere senza rendersene conto. Ci sono delle abilità che possono essere allenate specie nei momenti di maggior frizione e tensione. Ognuno nel seguente elenco troverà alcuni ambiti di minor appartenenza (“No, io non sono così!”), ma considerate che probabilmente sono proprio quelli a dover essere analizzati maggiormente e rilevati dai fatti, non dalla valutazione soggettiva.
Capacità di ascoltare
Sebbene molti non conoscano il vostro mondo, e indubitabilmente sappiano meno di voi sul linguaggio informatico e le sue mille sfaccettature, non sempre stanno dicendo sciocchezze, e non sempre stanno giudicando voi o il vostro lavoro. Forse non comprendono un dettaglio, forse necessitano di sfogare una frustrazione o forse – udite udite – possono aiutarvi a trovare una soluzione. Non escludetelo a priori.
Esercizio: prova ad ascoltare una persona con la quale ti è difficile andare d’accordo, senza interromperla. Quando ha terminato di parlare, falle un riepilogo di quanto lei ha detto e chiedi se hai capito correttamente. Ripeti l’esercizio per almeno 7 volte con 7 persone diverse, e poi trai le tue conclusioni parlandone con qualcuno di cui ti fidi.
Comunicazione interpersonale
Gli esseri umani comunicano con parole e ragionamenti con una percentuale minima degli sforzi fatti in tal senso: siamo attorno al 7-8%. Il resto lo comprendiamo grazie al linguaggio del corpo e al paraverbale, ovvero al come diciamo una cosa e al cosa sta facendo il nostro corpo mentre la diciamo. Siamo esseri fortemente incoraggiati, dominati e motivati dalle emozioni. Quando siete in gruppo, provate a concentrarvi sui significati sottesi alla vostra stessa comunicazione. Contate le persone nella vostra vita alle quali confidereste cose importanti per voi e che fanno con voi altrettanto. Se sono molte passate oltre, diversamente soffermatevi su questo: è indispensabile avere e saper mantenere rapporti significativi.
Esercizio: partecipa ad incontri di gruppo, anche per breve tempo, cercando di mantenere viva la curiosità verso chi ne prende parte. Prendere un caffè in ufficio con gli altri non corrisponde quasi mai ad una perdita di tempo se si sa osservare e si sa perché ci si trova lì. Prova ad individuare i tratti tipici della comunicazione altrui e gli stati d’animo “tra le righe”. Cerca successivamente di verificare le tue tesi.
Gestire il conflitto
La gestione del conflitto richiede un’abilità in realtà molto semplice: comprendere che quando scoppia una bufera c’è anche una vostra responsabilità in questo. L’intelligenza emozionale richiesta prevede una buona conoscenza di se stessi e di come si reagisce a delle sollecitazioni fastidiose. Da ciò deriva la capacità di auto-regolazione e accettazione degli altri, a volte difficile ma quasi sempre necessaria per trovare soluzioni e strategie compensatorie.
Esercizio: in presenza di un conflitto, di un malinteso o di un rapporto difficile, domandati con molta franchezza qual è la tua parte di responsabilità nella questione. Una volta individuata, trova il modo di fare ammenda e assicurati che l’impresa ti sia riuscita.
Capacità di lavorare in gruppo
Dove per “lavoro di gruppo” non si intende lavorare tutti in una stessa stanza, in silenzio, con il pc davanti a sé. Al contrario, significa portare a termine un compito con altre persone, interagire con altre competenze e punti di vista, e condurre quanto richiesto insieme.
Esercizio: se non puoi prendere in autonomia la decisione di farlo, chiedi ai tuoi responsabili di collaborare con quante più figure professionali possibile al fine di migliorare il vostro lavoro. Fai domande in ufficio, interagisci con colleghi, condividi le esperienze per un fine comune.
Leadership
È indiscutibile che l’informatico in molte piccole e medie aziende sia spesso l’unica persona con un bagaglio di conoscenze che gli altri non hanno. Per tale ragione potrebbe ritrovarsi a gestire altre figure professionali, magari per un progetto o per rendere possibili dei cambiamenti nell’organizzazione aziendale. In questi casi la capacità di leading è fondamentale e richiede proprio l’esito di quanto sopra, insieme al riconoscimento delle risorse, dei bisogni e delle abilità soft e implicite.
Esercizio: allenati a gestire gruppi in generale, anche nella tua vita privata se possibile. Prova gli sport di squadra o i giochi in gruppo; proponiti come allenatore o tutor su abilità di tua competenza. Ma ancora prima, sii consapevole che la persona più importante da conoscere e poi da condurre gentilmente sei tu. Ed è anche bello.
E chi lavora con le figure sopra delineate cosa può fare? Certamente non chiudersi dietro a una cortina fumogena, né stringere i denti aspettando che passi, né minimizzare o sminuire, specie se si tratta di dinamiche con un certo impatto sulle relazioni lavorative. Ciò che non viene affrontato è destinato a degenerare. Parlate direttamente con la persona o le persone in questione, cercate delle soluzioni, o se non potete farlo da soli chiedete aiuto. La tensione e lo stress non ha mai aiutato nessuno, come nemmeno partire dal presupposto che il problema non possa essere affrontato e superato in modo costruttivo. Quando ci si riesce, si vince un capitale di energia impensabile, e la qualità del lavoro generato ne sarà la riprova. Provare per credere.
Niente da fare: hanno sempre una buona scusa per odiare pesantemente, e e anche se si manifestano prevalentemente come leoni da tastiera, nascosti quindi dietro ad uno schermo, sono costantemente pronti a sputare proiettili. Si nutrono dei (pessimi) esempi che ci offrono spesso i media attraverso i panni di tuttologi narcisisti dalla sentenza facile e che vengono stipendiati per disseminare odio, disprezzo e vendetta. Però i poveretti che stan loro dietro non vengono affatto pagati, anzi: portano avanti tesi e argomentazioni strampalate e polarizzanti con un’abnegazione davvero sorprendente. Puro volontariato dell’odio.
Sono i “Free Choice’s Haters”, gli odiatori delle scelte libere. Non sopportano chi non si schiera con le visioni che reputano dominanti (le loro) e nemmeno chi decide – per se stesso e senza danneggiare gli altri – di scegliere liberamente per la propria vita, che sia il lavoro, l’orientamento sessuale, le passioni, le cure o l’aspetto. Variegate libere scelte che danno loro un fastidio enorme.
Le caratteristiche dei Free Choice’s Haters
I Free Choice’s Haters normalmente sono persone:
tremendamente disinformate; non leggono altro che giornali dozzinali e usano come principale mezzo di informazione la televisione. Di conseguenza non vedono che una parte della narrazione delle cose, normalmente quella dove serpeggiano i maggiori interessi economici e politici, ed ignorano completamente l’esistenza di diversi mondi e punti di vista;
hanno una vita fondamentalmente poco gioiosa, se non vuota. I grossi problemi sociali rappresentano per loro una svolta in quanto occasione di sfogo, conversazione e uscita dall’anonimato. Trovare qualcuno che si schiera contro le visioni alternative come lui o lei, è motivo di riempimento esistenziale, spesso anche di plauso, in quanto tra queste persone vince ed è apprezzato chi la spara più grossa;
non conoscono affatto le argomentazioni di chi odiano: non chiedono nulla, non si mettono nei panni di nessuno, evitano i confronti basati sui fatti. Pur facendo mestieri moto diversi, improvvisano la sicurezza di tecnici, antropologi, psicologi, sociologi, medici, chimici e chi ne ha più ne metta;
vivono nel mondo delle idee generalizzanti e detestano i dati che potrebbero far venir loro dei dubbi. Di fatto si corazzano contro ogni minima possibilità di ampliare la loro visione ed ammettere che non esiste solo il bianco e il nero. Guai! il castello di odio crollerebbe: meglio fortificarlo con mura altissime e pentoloni di parole bollenti;
credono in una visione meccanicistica della vita, senza aver mai studiato come realmente funziona una cellula, men che meno l’organismo umano. Non conoscono nulla o molto poco di fisica moderna, di filosofia della scienza o di storia;
invidiano chi se ne frega delle loro rappresentazioni e vive felice; non sopportano le persone che si prendono le loro responsabilità, sicure di se stesse e realmente preparate, e piuttosto che apprendere da loro preferirebbero sterminarle;
usano la minaccia, l’invettiva e la derisione come principali elementi delle loro argomentazioni. Abbasso i fatti, evviva la visione unica (la loro), meglio se limitata, fatta di argomentazioni semplici e senza sfumature;
hanno una mentalità ristretta e ignorano completamente di far parte di un sistema: l’umanità stessa. Non capiscono che odiarne una parte corrisponde ad odiare una parte di se stessi.
Che fare? In quanto persone evidentemente in grande difficoltà, andrebbero aiutate, ma come ben sappiamo non si può aiutare chi ignora di avere un problema. Attendiamo l’inevitabile momento di crisi che attraverseranno: il crollo delle loro certezze. Quello sarà un momento propizio per star loro accanto e far scorgere altre prospettive, con eguale dignità e che soprattutto non dividono e non danneggiano.
E se un Free Choice’s Hater dovesse prendersela con te? Finché ti va, rispondigli con i fatti senza arrabbiarti, domandagli cosa effettivamente conosce, non farli scappare e non accettare argomentazioni strampalate e astratte: torna sempre ai fatti e alla conoscenza. Pretendi risposte e soprattutto rimani di buon umore, non cadere nella rabbia. La gioia è il più grosso antidoto all’odio, da sempre. Il buonsenso e la giustizia, presto o tardi, arriveranno.
Sempre più persone descrivono il proprio stato mentale come “annebbiato” o “offuscato”, e sempre più si sente parlare di “mental fog”. Il mental fog o nebbia mentale non è una condizione medica, ma è uno stato psicologico che comporta alcuni sintomi che possono influenzare la propria capacità di pensare.
Sei “annebbiato” se:
ti senti leggermente meno sveglio o consapevole del normale
ti senti confuso
ti senti disorganizzato
trovi difficile concentrarti o tradurre i tuoi pensieri in parole.
Il “mental fog” può essere causato da diversi fattori (1):
Lo stresse l’ansia
Lo stress cronico può causare affaticamento mentale ed un generalizzato senso di confusione. Quando il tuo cervello è esausto o costantemente preoccupato, diventa più difficile pensare, ragionare e concentrarsi.
2. La mancanza di sonno
Una scarsa qualità del sonno o la sua assenza, può interferire con il funzionamento del cervello. Dormire troppo poco può portare a scarsa concentrazione e pensieri annebbiati, così come un sonno agitato, intervallato da frequenti risvegli notturni.
3. I cambiamenti ormonali
Anche i cambiamenti ormonali possono innescare la nebbia mentale. I livelli degli ormoni progesterone ed estrogeni, ad esempio, aumentano durante la gravidanza. Questo cambiamento può influenzare la memoria e causare affaticamento cognitivo a breve termine.
Allo stesso modo, un calo del livello di estrogeni durante la menopausa può causare dimenticanza, scarsa concentrazione e pensiero torbido.
4. La dieta
La dieta può anche svolgere un ruolo nel mental fog. La vitamina B12, ad esempio, supporta una sana funzione cerebrale e una sua carenza può provocare i sintomi dell’annebbiamento.
In caso di allergie o sensibilità alimentari, dopo aver mangiato determinati alimenti potrebbe svilupparsi un senso generale di offuscamento. Ecco che rimuovere gli alimenti trigger dalla dieta può migliorare i sintomi.
5. I farmaci
Se noti che la nebbia mentale avanza o è causata dall’assunzione di farmaci, parla con il tuo medico. Essa può essere un effetto collaterale del farmaco.
6. Le condizioni mediche
Anche le condizioni mediche associate ad infiammazione, affaticamento o cambiamenti nel livello di glucosio nel sangue possono causare affaticamento mentale. Anche in questo caso, è utile parlare con il proprio medico di fiducia.
Offuscamento mentale da stress e ansia: cosa fare
Trova la fonte
Per prima cosa sarebbe bene che tu trovassi la fonte dell’offuscamento. Quando la nebbia mentale è generata dall’ansia nei momenti di forte stress, occorre chiedersi quale sia la propria fonte di ansia, considerando che la gestione del periodo che stiamo vivendo è certamente un buon incubatore per preoccupazioni e paure insalubri.
Se non riesci a individuare esattamente cosa sta creando tutta la confusione di fondo nella tua mente, parlane e lavora in merito con qualcuno.
Rilassamento
La deprivazione di sonno può rendere difficile pensare chiaramente durante il giorno, indipendentemente dal fatto che tu abbia o meno a che fare con l’ansia (2).
Una o due notti di sonno inferiore al solito probabilmente non avranno un impatto duraturo, a patto che dormi a sufficienza quasi tutte le notti. Ma se regolarmente non dormi abbastanza, o dormi male, probabilmente inizierai a notare alcune conseguenze negative, tra cui irritabilità, sonnolenza diurna e difficoltà di concentrazione.
La caffeina può aiutarti a sentirti più vigile temporaneamente, ma non è una buona soluzione permanente. Cerca allora di auto-indurti uno stato di rilassamento che faciliti il sonno. Prima di addormentarti può essere utile leggere un libro piacevole, astenersi dal guardare la tv o video, ascoltare musica rilassante, concentrarsi sulle varie parti del corpo per sciogliere eventuali tensioni.
Trovare il tempo per fare cose piacevoli
Lo stress si verifica spesso quando la vita diventa più impegnativa del normale, le attività frenetiche, le sfide soffocanti. Se hai tante responsabilità che non sai come gestire, può sembrare controproducente, se non impossibile, prendersi del tempo per rilassarsi o godersi un hobby preferito.
Me se non troverai il tempo per la cura di te stesso e il relax, tuttavia, continuerai ad aumentare il livello di stress. Prova allora a dedicare almeno ogni giorno mezz’ora per un’attività rilassante e piacevole. Non saltarne nemmeno uno, per almeno 3 settimane. Questo può darà alla tua psiche la tanto necessaria possibilità di ricaricarsi e dipanerà la nebbia mentale, ma ricorda che la costanza è necessaria.
Meditare
Quando ti senti sopraffatto e incapace di concentrarti, stare seduto con i tuoi pensieri potrebbe non sembrare la cosa migliore da fare, ma può essere importante provare per sorprenderti dei risultati che puoi ottenere in poco tempo.
La meditazione può aiutarti ad aumentare la tua consapevolezza delle esperienze fisiche ed emotive mentre si verificano e regolare le emozioni indesiderate o iper-eccitanti.
Per iniziare con la meditazione:
Scegli un posto tranquillo e confortevole dove sederti.
Mettiti comodo, che sia in piedi, seduto o sdraiato.
Lascia che tutti i tuoi pensieri, positivi o negativi, si manifestino e ti passino accanto.
Quando i pensieri emergono, cerca di non giudicarli, di non aggrapparti ad essi né di respingerli. Riconoscili semplicemente.
Inizia facendo questa piccola pratica per 5 minuti e prosegui fino a sessioni più lunghe nel tempo.
Mangia sano ed in modo equilibrato
Non mangiare abbastanza o non assumere i giusti nutrienti può rendere difficile la concentrazione e aumentare i sintomi del mental fog.
Quando sei stressato, potresti sentirti troppo stanco per preparare pasti equilibrati e dribblare invece su spuntini o fast food. Questi alimenti in genere non offrono molto in termini di nutrienti che aumentano l’energia. Anzi, essi potrebbero avere l’effetto opposto, facendoti sentire stanco e letargico.
L’ansia può anche contribuire a problemi di stomaco che rendono difficile mangiare come faresti normalmente, innescando un pericoloso circolo vizioso. Tuttavia il cibo non è solo importante per la nostra salute mentale: è fondamentale. Saltare i pasti, mangiare in modo disordinato e disequilibrato non potrà che portare ad un peggioramento dei sintomi di confusione.
Considera inoltre che anche l’idratazione agisce sui processi cognitivi. Bere acqua, diversi litri al giorno in base alla corporatura, è un vero toccasana per corpo e mente.
Fare esercizio fisico
L’esercizio fisico aiuta a:
migliorare il sonno
aumentare il flusso di sangue al cervello
migliorare la memoria e il tempo di reazione
Non è necessario andare in palestra per un allenamento intenso (anche se questo può anche aiutare). Una rapida passeggiata di 15 minuti per il quartiere a ritmo sostenuto può spesso essere un ottimo inizio.
Infine ricorda: se senti di avere i sintomi del mental fog, non hai una malattia. Probabilmente sei sotto stress e lo stress ti sta controllando (e non viceversa). E se non puoi fare tutto da solo, chiedi aiuto, scegli le persone di cui ti fidi e racconta loro cosa stai vivendo. La condivisione, spesso, rappresenta la migliore cura.
(1) V. Higuera, 6 Possible Causes of Brain Fog, Healthline.
(2) C. Raypole, Your Brain Fog May Be an Anxiety Symptom — Here’s How to Deal with It, Healthline.