Come (non) si ragiona in gruppo: psicologia delle folle

“Quelli lì sono matti!” “Ma come possono dire (o fare) una cosa simile?” “Come hanno potuto commettere una tale aberrazione?” “Quello là, appena è entrato in quel gruppo (o partito, o associazione) si è trasformato! Non era così!”

Quante volte abbiamo detto o sentito dire cose simili? E le domande sono lecite: sembra che una persona in gruppo assuma caratteristiche del tutto simili a quelle del gruppo stesso, che a sua volta sembra prendere vita e diventare un’entità maggiore e diversa dalle parti di cui è composta. Non solo: la persona che ci sorprende per la perdita delle sue caratteristiche individuali in gruppo, sembra subire fascinazioni e suggestioni irrazionali, inconsapevoli e, diverse volte, violente e contrapposte agli ideali di cui di solitamente si forgiava.

Gustave Le Bon

Ne ha scritto molto bene Gustav Le Bon in “La psicologia delle folle”, testo del 1895 che ha ispirato non solo psicologi, antropologi e sociologi di tutto il mondo, ma anche pubblicitari, politici, istituzioni interessate a conoscere meglio il comportamento dell’essere umano in determinate circostanze, ad aiutarlo, a controllarlo o a manipolarlo.

Si parte da un presupposto ben noto:

“La maggior parte delle nostre azioni quotidiane sono effetto dei moventi nascosti che ci sfuggono.” 

Gustave Le Bon

Fondamentalmente, secondo Le Bon, le vere leve dietro al nostro comportamento non le conosciamo, se non a fronte di cospicui sforzi nella direzione dell’auto-consapevolezza. Non ci troviamo di fronte ad un assunto nuovo per la psicologia, come ben evidente; ciò che sfugge forse alla maggior parte delle persone è che conoscere un fenomeno a livello teorico non equivale ad avere l’abilità di gestirlo o a non esserne soggetti. Da qui, l’invito ad osservare come questi pochi assunti funzionano dentro di sé, nel proprio gruppo di appartenenza o nella propria cerchia di riferimenti. Allora acquisiscono vitalità e aumenta la portata significativa che possono avere nella nostra esistenza.

La folla é sempre intellettualmente inferiore all’uomo isolato. Ma dal punto di vista dei sentimenti e degli atti che questi sentimenti determinano, essa può, seguendo le circostanze, essere peggiore o migliore. Tutto dipende dal modo col quale essa é suggestionata. 

Gustave Le Bon

Siamo qualcosa di più e di diverso dalla somma delle parti e dobbiamo mettere in conto che in gruppo – a seconda delle circostanze ed in base ai propri obiettivi – possiamo migliorare o peggiorare.

Le idee della maggior parte degli esseri umani si formano nell’ambiente naturale e quotidiano; ma ciò che alimenta il loro germe sono “le innumerevoli impressioni sensibili che il giovane tutti i giorni riceve all’officina, nella miniera, al tribunale, allo studio, sul cantiere, all’ospedale, dinanzi allo spettacolo degli strumenti, dei materiali e delle operazioni, in presenza dei clienti, degli operai, dei lavoro, dell’opera particolare dell’occhio, dell’orecchio, delle mani e dello stesso odorato che, involontariamente raccolte o sordamente elaborate si organizzano in lui per suggerirgli presto o tardi combinazioni nuove, semplificazione, economia, perfezionamento o invenzione”. La cultura e le istituzioni educative dunque forgiano di fatto queste idee, che non sono più “nostre”, ma del contesto di cui si fa parte.

Le istituzioni, in questo, non hanno nessuna virtù intrinseca secondo Le Bon; in se stesse non sono né buone né cattive, in quanto possono essere buone in un certo momento per un dato popolo e detestabili per un altro. Un popolo, dunque, non ha il potere di cambiare realmente le sue istituzioni. Può certamente, a costo di violente rivoluzioni, modificarne il nome, ma il fondo non si modifica. I nomi sono le vane etichette di cui la storia, che deve badare al valore reale delle cose, non deve tener conto.

Il primo pericolo dell’educazione infatti é quello di basarsi su un errore psicologico fondamentale: credere che l’imparare a memoria dei manuali sviluppi l’intelligenza. In tal modo, in una società dove questa concezione è fortemente fondata, si cerca di imparare il più possibile;

e dalla scuola elementare all’università, il giovanetto non fa che impinzarsi del contenuto dei libri, senza esercitare mai il suo giudizio e la sua iniziativa. L’istruzione, per lui, consiste nel recitare e obbedire.

Gustave Le Bon

Ma con tutto quello che è accaduto nella storia, possibile che non abbiamo imparato nulla? Non ne abbiamo tratto lezioni fondamentali? Il problema risiede nella natura intrinseca dell’essere umano: le esperienze fatte da una generazione sono generalmente inutili per quella che la segue, poiché gli avvenimenti storici ricordati come elementi di dimostrazione, di fatto non le servono. La loro sola utilità é di provare a che punto le esperienze devono essere ripetute di età in età per esercitare qualche influenza, e riuscire a far crollare un errore solidamente radicato.

Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle, vuol dire conoscere l’arte di governarle.

Gustave Le Bon

Dunque qual è, spesso, la stella cometa delle folle? Chi o cosa viene seguito maggiormente, e perché? Si fa strada un principio che ritroviamo oggi più vivo che mai: il prestigio. Ma attenzione: non il prestigio validato dai fatti; si tratta sovente di un prestigio percepito, spesso indotto.

La prima qualità che il candidato-leader di una folla deve possedere è proprio il prestigio. Il talento, il genio stesso, non sono elementi di successo.

Riguardo ad esempio alle folle elettorali, la necessità per il candidato di avere un certo prestigio, e di potersi quindi imporre senza discussioni, é capitale. Gli elettori, composti specialmente da lavoratori e gente semplice, scelgono ben raramente uno dei loro a rappresentarli, perché gli individui usciti dalle loro file non hanno per essi alcun prestigio.

Per Le Bon, per essere sicuro del successo il candidato deve lusingare, portare in alto con l’immaginazione, elevare con le parole. Pazienza se ad esse non segue concretezza.

L’elettore vuol vedere lusingate le sue cupidigie e le sue vanità; il candidato deve coprirlo delle più stravaganti piaggerie, e non deve esitare a fargli le più fantastiche promesse.

Gustave Le Bon

Si parla male degli altri e li si attacca per essere percepiti potenti. “E se l’avversario conosce male la psicologia delle folle, cercherà di giustificarsi con buoni argomenti (che ascolteranno in pochissimi) invece di rispondere semplicemente alle affermazioni calunniatrici con altre affermazioni ugualmente calunniatrici; e non avrà nessuna probabilità di trionfare.”

Di fatto, ritroviamo nelle assemblee parlamentari, nei gruppi di resistenza, nelle istituzioni e in chi si unisce per protestare, le caratteristiche generali delle folle: semplicismo di idee, irritabilità, suggestionabilità, esagerazione dei sentimenti, influenza preponderante dei condottieri, che non sempre sono quindi i più preparati a far fronte alla complessità richiesta dal ruolo.

Quale può essere dunque una buona morale della favola per noi, oggi, alle prese con così tante criticità sul piano sociale, culturale, politico, economico e sanitario? La morale consiste proprio nel fatto che non ci sia una morale, ma un invito ad accettare la complessità e le contraddizioni esistenti nelle famose fazioni che ci danno così tanta sicurezza. In quelli che consideriamo “i cattivi” c’è del buono? E di cosa si tratta? E in me, alberga solo limpidezza e altruismo? Se non si diventa abili a farsi questa domanda, ci si schiererà per forza da una parte o dall’altra in modo inconsapevole, e si perderà la lucidità di analisi e di ascolto necessarie per smarcarsi da influenze e manipolazioni. E di fatto non cambierà mai, veramente, qualcosa.

Fonte delle citazioni: G. Le Bon, Psicologia delle folle – Un’analisi del comportamento delle masse, Edizioni TEA, 2004.

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Pubblicato da Silvia Salese

Psicologa | Clinica, formazione e ricerca - www.silviasalese.com

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