Microcredito e sostenibilità: una teoria del cambiamento per una (diversa) ripartenza

 A chi si rivolge questo articolo?

Agli imprenditori, a chi si occupa di social business e microfinanza, alle associazioni di categoria, a chi si vorrebbe mettere in opera per una ripresa economica nel nostro Paese. E a tutti coloro, in generale, che ritengono che non si possano risolvere i problemi (anche quelli finanziari e commerciali) con i mezzi che hanno contribuito a generarli. 

Per aiutare qualcuno, è necessario avere un obiettivo, e mantenerlo di fronte a sé chiaro, chiarissimo. Da mesi molti di noi vorrebbero aiutare persone e aziende, ed è necessario farlo, pena il collasso dell’economia e della già instabile tenuta delle persone su tutti i fronti, da quello delle risorse fisiche a quello delle risorse psichiche. Infatti, che ci piaccia o meno, il lavoro è fortemente collegato con la salute fisica e psicologica di chi lo svolge, elemento piuttosto intuibile considerata l’interrelazione tra i comparti della vita di un essere umano e l’evidente intreccio sistemico degli elementi che determinano la salute (1).

Sappiamo che la microfinanza può essere una delle nuove soluzioni più potenti al mondo alla povertà, così come alle guerre, alle malattie e alle sofferenze che la povertà accende, accresciute dalle crisi globali come quella che stiamo vivendo. Molti fanno finta di niente e pensano che la situazione si risolverà grazie ad un dispositivo di protezione sulla faccia e alla limitazione delle libertà personali, ma non è così: oltre a quelli che già lo erano, in molti sono diventati poveri o lo stanno diventando, hanno perso il lavoro – contrariamente alle promesse fatte dai decisori ad inizio dell’emergenza – non hanno più la forza economica per sostenere le richieste e le chiusure, per pagare i fornitori e i dipendenti, per pagare affitti in assenza di entrate.

In diversi casi la microfinanza e il social business potrebbero rappresentare una soluzione (2). I sostenitori della microfinanza sostengono infatti che piccoli prestiti in determinati momenti di crisi potrebbero incentivare l’autosufficienza economica, senza il cappio degli interessi che qualsiasi banca richiederebbe su richieste di prestito finanziario. Chi sostiene questa forma di aiuto per imprenditori ed aziende prende ad esempio le istituzioni di microfinanza (IFM) come Grameen Bank, Acción International e Opportunity International, istituti che hanno prestato denaro a milioni di piccoli imprenditori poveri o impoveriti sotto la forma di business sociale. Spesso chi sostiene questa forma di aiuto, cita ricerche che dimostrano che i microprestiti hanno aumentato il benessere familiare, il potere dato alle donne nelle loro comunità ed il miglioramento della nutrizione dei bambini piccoli. 

I critici, al contrario, sostengono che le persone più vulnerabili del mondo spesso non sono nella posizione di assumersi i rischi dell’imprenditorialità, e che questo modello oltretutto mal si adatterebbe alla realtà del capitalismo occidentale. Indicano prove che dimostrano che sono i posti di lavoro stabili nelle grandi industrie a sollevare le persone dall’indigenza; citano ricerche che dimostrano che i clienti della microfinanza sono noti per risparmiare sul cibo, vendere i loro mobili, chiedere prestiti agli strozzini e accettare un secondo lavoro per ripagare i loro prestiti; che mariti, figli e suoceri spesso prendono il controllo dei prestiti delle donne e che, nel complesso, la microfinanza non riesce a trovare la sua strada verso le persone più povere del mondo. 

Questi due campi sono in disaccordo in parte perché gli studi stessi sulla microfinanza sono in contraddizione tra loro. Inoltre gli IFM variano così tanto nelle loro missioni, strategie e tattiche che valutare il loro impatto complessivo – o confrontarle tra loro – non è ancora possibile, e di solito operano in luoghi in cui è difficile condurre ricerche perchè geograficamente isolati, politicamente instabili, tecnologicamente arretrati e svantaggiati dal punto di vista educativo. 

Ma il più grande ostacolo per capire se la microfinanza funziona è che pochi IFM hanno chiaramente articolato cosa significherebbe per la microfinanza funzionare, per non parlare di come potrebbe funzionare, per chi potrebbe funzionare, dove potrebbe funzionare o quando potrebbe funzionare. In altre parole, pochi IFM hanno formulato esplicitamente la loro teoria del cambiamento, ovvero una spiegazione di come le loro attività potrebbero portare ai risultati desiderati. Senza una chiara teoria del cambiamento, queste IFM investono risorse, lanciano programmi e tengono traccia dei risultati che hanno poco a che fare con i loro obiettivi finali. Vale la stessa cosa per l’individuo: per raggiungere un obiettivo, non è sufficiente avere i mezzi per poter avviare un processo, ma occorre analizzare preventivamente il programma, aggiustarlo durante il percorso, andare in profondità delle dinamiche coinvolte, e domandarsi come quel traguardo risolverà o migliorerà una condizione di partenza veramente.

Per la maggior parte degli IFM, l’obiettivo finale è alleviare la povertà: l’accesso al credito aiuterà i beneficiari a creare attività redditizie che, a loro volta, li renderanno economicamente autosufficienti. La loro teoria del cambiamento – spesso implicita – è che costruire istituzioni finanziarie per i clienti poveri alla fine aiuterà a sollevare questi clienti dalla povertà. In linea con questa teoria del cambiamento, chi offre micro-prestiti ritiene che i loro clienti saranno in grado di utilizzare questi servizi per migliorare le loro attività e, a loro volta, la loro posizione socioeconomica. E come le banche, tengono traccia dei risultati finanziari come i tassi di rimborso del prestito, le dimensioni dei prestiti e il numero di clienti.

Eppure pochi istituti di microcredito elaborano esattamente come i loro beneficiari creeranno quelle imprese di successo. 

Si tratta di una svista eclatante, poiché la stragrande maggioranza dei clienti della microfinanza o non ha alcuna precedente esperienza commerciale e poca istruzione formale, o non ha competenze su come sviluppare o rimettere in pista il loro business dopo un periodo di grossi sconvolgimenti sociali. 

Occorre dunque formulare una diversa teoria del cambiamento per la microfinanza, una teoria che affronta le esigenze specifiche dei clienti. Questo approccio viene chiamato microfinanza centrata sul cliente (3), che oltre a fornire un aiuto finanziario, alimenta anche la redditività delle attività dei mutuatari e, a sua volta, il benessere economico e sociale dei clienti. Per fare ciò, le IFM devono fornire servizi di gran lunga maggiori rispetto alle istituzioni finanziarie tradizionali. Devono offrire non solo prodotti e servizi finanziari, ma anche educazione finanziariaformazione managerialedi comunicazione e di marketing. Dovrebbero tenere traccia di come i loro clienti usano i loro prestiti e come allocano i loro profitti. Dovrebbero monitorare l’alleviamento della povertà utilizzando misure non solo di reddito, ma anche di salute, alimentazione, alloggio e istruzione.

Dalla loro nascita ad oggi, le IFM segnalano regolarmente tassi di rimborso superiori al 95%. Attualmente ci sono centinaia di milioni di persone che ricevono prestiti di microcredito da più di 3.000 istituzioni nel mondo. Eppure queste metriche possono nascondere quanto stiano andando male i clienti di una IFM. Le IFM spesso prestano a gruppi e quindi non segnalano quando i singoli clienti all’interno del gruppo sono inadempienti. Dal punto di vista dell’istituto, questo ha senso: non c’è inadempienza se il resto del gruppo ripaga il prestito. Ma dal punto di vista dei clienti, il difetto di una persona significa più sofferenza per tutti. Altri membri del gruppo sono costretti a compensare la differenza, spesso con grandi difficoltà. E il debitore, a sua volta, affronta l’ira e talvolta la violenza degli altri membri. 

Alti tassi di rimborso del prestito non indicano necessariamente clienti più ricchi e più felici, e uscire dalla povertà non dipende dal ripagare i propri prestiti. La fine della povertà dipende dalla creazione di un’attività di successo, dall’innesco di dinamiche commerciali e territoriali virtuose, e prima ancora dal sapere come fare. Tuttavia, troppo poche IFM si concentrano sull’aiutare i propri clienti a utilizzare i prestiti per creare imprese di successo. 

Oltre ai servizi finanziari, la maggior parte delle IFM offre una formazione di base sul rimborso del prestito. Generalmente la formazione si limita a sottolineare l’importanza di rimborsare il prestito e di applicare il prestito all’impresa, piuttosto che spenderlo per esigenze personali. Eppure i clienti spesso affrontano emergenze sanitarie e crisi familiari e desiderano anche spendere parte dei proventi del prestito per l’istruzione. E quindi le IFM devono offrire ai clienti una maggiore formazione in materia di alfabetizzazione finanziaria e gestione del denaro in modo che possano soddisfare meglio le loro esigenze aziendali e personali. Al momento, le IFM fanno molto poco di tutto questo.

Un servizio finale centrato sul cliente che gli istituti di microcredito possono fornire è il supporto della catena del valore, che include il collegamento dei clienti a clienti e fornitori, lo svolgimento di analisi economiche regionali e la standardizzazione della produzione per consentire le vendite all’ingrosso e l’esportazione. Ma non solo. Ad una cifra in denaro per far ripartire il proprio business, occorrerebbe aggiungere un’adeguata alfabetizzazione ecologica, sistemica, di comunicazione. Un’attività, ora più che mai, non ha più solo l’esigenza di inserirsi in un meccanismo commerciale già rodato: occorre che si collochi tra una domanda sempre più diversificata e relazionale, ed un’offerta spesso monopolistica non sempre rispettosa delle risorse umane, dell’ambiente e della qualità dei prodotti e servizi che offre.

La proiezione per una ripartenza sostenibile futura, in tutti i sensi, è dunque l’abbinamento del mezzo (il credito, in questo caso) alla formazione, e alla creazione (o ri-creazione) di reti realmente virtuose. Per intenderci, non possiamo più permetterci di cercare nuove fonti di business e di acquistare al contempo i lacci delle scarpe sulle multinazionali online. Occorre coerenza e contezza della situazione, allineamento tra pensiero, obiettivo e comportamento e un impegno rinnovato verso una diversa conoscenza, realmente sostenibile. Il cambiamento passerà attraverso una nuova mentalità, ed i mezzi per acquisirla non sono solo economici.

Fonti:

(1) Ne ho parlato recentemente qui: Disoccupazione: crisi economica e allarme per la salute mentale. Cosa fare?

(2) Un riassunto generale sul social business qui: Un’”esplosione di speranza”: il Social Business

(3) In Microfinance, Clients Must Come First, Stanford Social Innovation Review: https://ssir.org/articles/entry/in_microfinance_clients_must_come_first

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Pubblicato da Silvia Salese

Psicologa | Clinica, formazione e ricerca - www.silviasalese.com

One thought on “Microcredito e sostenibilità: una teoria del cambiamento per una (diversa) ripartenza

  1. E’ proprio di questi giorni, la notizia della mutazione del coronavirus Covid 19, in una “versione inglese”. Un fenomeno piuttosto abituale in virologia. Naturalmente scienziati, Governi e mass media, si stanno occupando di questa mutazione, con pareri , spesso contrari tra di loro, alimentando ulteriori paure, che impattano sulla salute mentale delle persone. Occorre, tuttavia, precisare che un altro fenomeno degenerativo che crea gravi danni alla psicologia delle persone, è già in atto ed è destinato a mostrare tutta la sua virulenza nei mesi a venire.
    Mi riferisco alla gravissima crisi economica che, molti Paesi, compreso il nostro, dovranno affrontare. Una crisi che ha già mostrato le prime conseguenze : disoccupazione, crescita della povertà, graduale scomparsa del ceto medio. Molte imprese sono già state risucchiate dalla crisi economica e finanziaria, e molte altre cadranno nell’abisso di questo vortice.
    Va detto, per onestà intellettuale, che la pandemia ha messo a nudo un sistema economico che era già affetto da una crisi sistemica, una crisi caratterizzata da un coacervo di limiti che, nel tempo, sono cresciuti. Quali : una fragilità patrimoniale di molte imprese, un sistema bancario che, dopo aver accumulato troppi crediti inesigibili, si è trovato in difficoltà e ha stretto drasticamente l’accesso al credito. Decisioni governative, in materia di economia, dettate dalla ricerca del consenso, anzichè dalla individuazione di soluzioni lungimiranti.
    E tutto questo, ha prodotto un fenomeno di erosione, che la pandemia ha accelerato. Il nostro Paese è divenuto fragile, sia sotto l’aspetto sociale, economico, che generazionale. Quali le soluzioni ?
    Innanzi tutto una analisi della reale situazione del nostro tessuto socio economico, poichè qualunque criticità, per essere risolta, deve essere nota. A seguire la definizione di politiche economiche reali, a breve e medio termine, che consentano alle persone di potere avere una prospettiva, un progetto di vita. Una riforma del sistema bancario, prima che imploda su sè stesso, una ridistribuzione della ricchezza, al fine di creare una maggior ricchezza, più equa e più diffusa. Una formazione che, oggi è qualcosa di casuale, impedendo alle nuove generazioni di essere pronte per il mercato del lavoro.
    Una diffusione della cultura : ” Noi crediamo nella virtù rivoluzionaria della cultura che dona all’uomo il suo vero potere”. Parole di Adriano Olivetti, l’imprenditore illuminato, di Ivrea, che individuò una “terza via”, nella quale il profitto comprendeva anche bene sociale. Nel 1954 creò l’IRur, l’istituto di rinnovamento urbano e rurale, uno strumento, tramite il quale, la Olivetti finanziò, senza la richiesta di interessi, la nascita di molte imprese, alcune delle quali attive anche ai giorni giorni.
    Una classe dirigente politica, che abbia essenzialmente un fine primario : il bene comune.
    E’ necessario agire rapidamente perchè, nella vita di ogni persona e/o di una Nazione, i problemi irrisolti, generano altri problemi, sino quando giunge il momento in cui ci dovremo porre una terribile domanda : è dunque tutto finito? Non possiamo, non dobbiamo arrivare a questo punto. Un antico proverbio africano degli altipiani del Kenya recita : ” La terra non è mia, l’ho ricevuta in prestito dai miei figli”.
    Loris Mauro

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