Il “pensiero” sistemico? Non serve a nulla

Ero al terzo anno di Università quando ho iniziato ad interessarmi di pensiero sistemico. Gli studi che davvero hanno cambiato le mie prospettive delle cose, e che fondamentalmente hanno dato delle risposte alla mia costante insoddisfazione verso gli approcci unidimensionali (e così specialistici da diventare riduzionisti), sono stati quelli di Fritjof Capra, fisico teorico dei sistemi e saggista di fama internazionale.

Ho scritto e discusso due anni più tardi la mia tesi magistrale sull’argomento, unendo in quella prospettiva degli esperimenti sulla natura della coscienza, insieme alle principali assunzioni della meccanica quantistica. La mia fonte di ispirazione principale è sempre stato Capra e i suoi assunti teorici in ambito sistemico.

Bene. E subito dopo?

Subito dopo ho fatto i conti con il lavoro, lo sviluppo di un’attività privata e tante belle cose che ho avuto la fortuna di poter realizzare. Il pensiero sistemico è rimasto per me sempre sullo sfondo, una sinfonia di accompagnamento e un ideale di pensiero e di lavoro. Occupandomi fondamentalmente di cambiamento, la caccia ai principi di innesco della trasformazione individuale, di gruppo o aziendale è sempre rimasta aperta per me, ed il pensiero sistemico offre la possibilità continua di spaziare, capire, considerare, sperimentare.

Fondamentalmente, alla base della visione sistemica della vita ci sono questi principi:

  • Interagendo con il proprio ambiente, un organismo vivente andrà sempre incontro ad una sequenza di cambiamenti strutturali inevitabili; il cambiamento è dunque intrinseco a tutto ciò che vive.
  • A qualsiasi punto di questo percorso, la struttura di un organismo è una registrazione dei precedenti cambiamenti, e dunque delle precedenti interazioni. Siamo il frutto della nostra storia e dei nostri incontri, che determinano la nostra struttura individuale, grippale, sociale.
  • Il comportamento di un organismo vivente dunque non è determinato da forze esterne, ma dalla struttura stessa dell’organismo. Non sono gli altri a causare qualcosa in noi: è la nostra struttura che ci porta a reagire in un determinato modo.
  • Se una macchina può essere controllata, un sistema vivente può solo essere perturbato. Ciò implica che tanto le persone quanto le organizzazioni umane non possono essere controllate con interventi diretti, ma possono essere influenzate dando loro stimoli invece che istruzioni. 
  • Nuove strutture, nuove tecnologie e nuove forme di organizzazione sociale possono emergere in modo quasi inaspettato in situazioni di instabilità, caos o crisi. L’emergentismo è ciò che rende “magico” ciò che vediamo accadere a seguito di perturbazioni ambientali e sollecitazioni di ogni sorta.
  • Lavorare con i processi intrinseci ai sistemi viventi significa che per ottenere un cambiamento non c’è bisogno di spingere, tirare o costringere. Il punto non è la forza, o l’energia, ma il significato.

Tutto questo implica che le persone (sistemi individuali), così come le organizzazioni umane (sistemi collettivi), non possono essere controllate con interventi diretti, ma possono essere influenzate dando loro stimoli invece che istruzioni. Gli stimoli vengono dati con le informazioni, certo, ma anche e soprattutto con l’esempio, appoggiandoci sull’assunto che un esempio diretto abbia una potenza incalcolabilmente maggiore rispetto alle parole.

Cambiare lo stile convenzionale di gestione secondo questa idea, richiede un mutamento di percezione tutt’altro che facile ma che conduce anche a grandi ricompense. Un approccio che, per me, andava assimilato ogni giorno, approfondito e sperimentato.

Con Fritjof Capra – Firenze 2019

Finalmente a Settembre 2019 ho conosciuto e stretto una bella amicizia proprio con Fritjof Capra, in occasione di un incontro organizzato a Firenze. Grazie alle sue attività, sulle quali mi sono lanciata in aiuto e cooperazione, ho conosciuto altri pensatori sistemici di tutto il mondo, con un focus sull’Italia nel ruolo di Team Leader del “Capra study group” nazionale. L’obiettivo esplicito era quello, ovviamente, di divulgare il pensiero sistemico in ottica multidisciplinare: dalla biologia alla medicina, dall’ecologia alle organizzazioni aziendali, dalla psicologia alla fisica. E qui ho fatto il mio primo grosso errore: dare per scontato che alla divulgazione segua necessariamente una pratica.

Poi è arrivato il covid e la sua pessima gestione in quasi tutti i Paesi del mondo. Si è scoperchiato il vaso di Pandora e chi o cosa aveva sperato di passare oltre ai propri limiti senza doversene per forza occupare direttamente, si è trovato in braghe di tela: dai governi alle organizzazioni, dalle istituzioni alle persone. Molte cose erano state predette fin dall’inizio e forse evitabili (in ambito psicologico, si veda il Comunicato Psi), ma sappiamo poi com’è andata, e sta andando ancora.

Ci siamo resi conto, collettivamente, di non essere ad un buon punto dell’evoluzione umana, proprio perché la forte perturbazione ha congelato la maggior parte delle persone (ma non tutte…) sia nelle attività che nei pensieri, nelle emozioni e nei sentimenti.

Sono aumentate le disuguaglianze (alla faccia del tanto sbandierato concetto di “inclusione sociale”), è aumentata la paura, l’insicurezza, la depressione, la solitudine e sono aumentati i sogni infranti. Molte persone si sono riscoperte più fragili, molto più fragili, di quanto pensassero. Altre hanno reagito con odio, disprezzo e sospetto verso gli altri. Altre ancora si sono chiuse in loro stesse, barricandosi dentro a muri ingrigiti e abitudini tossiche.

Ecco allora il mio secondo grande errore: ritenere che dietro ad una bella teoria e a delle belle convinzioni ci sia anche il fermo intento di “fare” qualcosa, iniziando dalle piccole cose. Non è così, non è scontato. Sebbene io abbia l’onore di lavorare e frequentare tantissime persone incredibili, operative e intelligenti (molte delle quali, oltretutto, non hanno mai sentito parlare di pensiero sistemico), parecchie altre incontrate proprio sul percorso di approfondimento dei principi sistemici si sono rivelate assolutamente impreparate. Qualcuna addirittura arrogante, pericolosa e contraria agli assunti cooperativi e collaborativi alla base dell’approccio abbracciato.

Ecco allora la conclusione alla quale sono arrivata:

il pensiero sistemico non serve a niente.

Non serve a niente se non è tradotto in pratica.

“Eh grazie”, potrebbero pensare alcuni: “come si fa a metterlo in pratica per un cambiamento a livello collettivo e ai massimi sistemi?”. Non è di questo infatti che si tratta. La pratica sistemica, quella che concorre ai grandi cambiamenti, inizia dal quotidiano. Dai piccoli gesti, dai piccoli sforzi di comprensione al di là delle proprie convinzioni; dalla pratica dell’ascolto – soprattutto – delle opinioni diverse dalle nostre e, primo tra tutti, dall’uso indiscriminato, puntuale e preciso della constatazione dei fatti prima di credere, farsi opinioni e scegliere percorsi di viaggio.

Il grande si cambia dal piccolo, e richiede la messa in discussione di noi stessi. Il pensiero e la pratica sistemica sono in grado di ribaltare un mondo che non va affatto bene. So che molte delle persone che hanno letto fino a qua, anche se non hanno affrontato questo argomento con i medesimi assunti teorici e con le stesse parole, sanno perfettamente di cosa sto parlando e lo stanno mettendo in atto da tempo.

Cosa non dobbiamo dimenticare allora? Cosa occorre fare per essere un esempio e un organismo individuale che concorre al benessere dell’organismo di comunità?

  1. Conoscere i principi che regolano la vita e la salute, le relazioni e la crescita qualitativa;
  2. mettersi in discussione,
  3. sperimentare e, infine,
  4. agire e scegliere, nelle piccole e nelle grandi cose.

Tutto il resto è fuffa, anche se animato dalle migliori intenzioni.


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Pubblicato da Silvia Salese

Psicologa | Clinica, formazione e ricerca - www.silviasalese.com

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