Una scuola (e una casa) della pace: Santi Borgni e la scuola Achiut Patwardan

“Per cambiare la struttura sociale dobbiamo cominciare dall’interno, non cambiare solo l’esterno.”

Jiddu Krishnamurti

Ho ricevuto la consueta newsletter che Santi invia dopo essere stato in India. La sua destinazione è come sempre la scuola Achiut Patwardan, gestita dalla Fondazione Krishnamurti in India (KFI) nelle immediate vicinanze dell’antica città di Varanasi (si può approfondire il progetto di cooperazione qui).

Una newsletter di 13 pagine che si leggono tutte d’un fiato e che poi lo sospendono, il fiato, per un po’. Ne pubblico parzialmente il contenuto e le sue splendide foto con il suo permesso.

Ci sono moltissimi cambiamenti in questo paese, ed è difficile capirne la portata. La cosa che è sempre più evidente in questi ultimi anni è la determinazione a investire nel costruire. Si tratta soprattutto delle infrastrutture come autostrade e aeroporti, ma non è solo questo. Ci sono edifici in costruzione ovunque. (…) I lavori di costruzione sono molto bene accetti dalla popolazione che ne vede il potenziale di riscatto e di cambiamento rispetto a un passato segnato dalla stagnazione economica. 

Mentre gli occhi del mondo sono puntati sull’Ucraina e molti si riscoprono improvvisamente sensibili verso la gente che soffre, persone come Santi Borgni non hanno mai avuto bisogno di leggere titoli di giornale per considerare come vanno le cose, e per condividere quanto si può – risorse, tempo, aiuti diretti – per migliorarle e svilupparle.

Le strade sono più pulite, gli accumuli di spazzatura che erano abbandonati un po’ ovunque sono scomparsi. L’aria è decisamente migliorata, forse per effetto della maggiore pulizia delle strade. Sono stati installati dei semafori che permettono in alcuni punti un passaggio sicuro ai pedoni, e chi ha visto il traffico di Varanasi sa come questo sia un salto quasi miracoloso. 

Anche se trecentocinquanta milioni di persone in India vivono ancora con meno di due dollari al giorno, la miseria sta pian piano diminuendo, e questa è una buona notizia. Ma i ragazzini? E le istituzioni scolastiche? Che ruolo hanno in questa crescita, e come sono andate le cose durante e dopo la pandemia?

Alba sul Gange vista dal centro

Apprendo da Santi che le scuole in India sono state chiuse un anno e mezzo e che hanno riaperto solo a fine Gennaio 2022. Un anno e mezzo! Come ovvio, solo la popolazione agiata ha potuto beneficiare della didattica a distanza; tutti gli altri piccoli e adolescenti si sono riversati nei cortili delle scuole mentre i genitori – come ovvio – hanno continuato a lavorare.

Non è pensabile chiudere in casa chi si procura da vivere giorno per giorno e non ha, in casa, nessuno spazio se non quello per dormire che viene trasformato ogni mattina per il giorno. 

Nessuno comunque ha potuto capire perché le scuole rurali siano rimaste chiuse così a lungo quando la chiusura non rappresentava in nessun modo una protezione dall’infezione del coronavirus per la popolazione ma andava solo a generare un danno più che visibile e difficilmente calcolabile ai bambini e al loro futuro. I soliti dilemmi politici, probabilmente, che si riversano sulla povera gente.

Morale: un bambino che prima della chiusura frequentava, ad esempio, la prima, si ritrova oggi a riapertura delle scuole in terza. Il recupero probabilmente verrà diluito negli anni, ma tant’è.

In questo panorama generale, La Scuola Achiut Patwardan ha continuato a funzionare: ha avuto la possibilità di continuare a pagare regolarmente gli stipendi al personale e durante il lunghissimo periodo di chiusura gli insegnati hanno partecipato alle attività di formazione proposte da Nimesh, il direttore della scuola: lettura di poesie, approfondimenti sulla letteratura, riflessioni sull’insegnamento, con una cadenza di incontri quotidiana.

La visione di Nimesh della scuola si fonda in buona parte sul dare ai bambini il senso della gioia di essere a scuola, del generare in loro il senso di una comunità accogliente. Per questo organizza spesso piccoli eventi soprattutto per le classi superiori. 

Nimesh spiega il funzionamento di una cassetta postale 

Durante la sua permanenza, è stata organizzata dalla scuola una gita alla B.H.U., l’antica e prestigiosa università di Varanasi. 23 bambine e bambini della 6 classe hanno potuto vedere dall’esterno gli edifici e camminare per le strade alberate del vasto campus universitario. Assenti gli schiamazzi e la necessità di richiami.

È una caratteristica dei bambini e delle bambine di questo posto che mi ha sempre colpito: un’innocenza e una semplicità che raramente sono sopraffatte da altro; la durezza, la competizione o la ricerca di essere notati sono quasi assenti tra loro. 

In un’era di forti cambiamenti, ce n’è anche uno voluto dal tempo: molti insegnanti si approssimano all’età della pensione, e la scuola dovrà trovare giovani preparati e appassionati che prendano il loro posto. L’obiettivo è quello di costruire una pedagogia nuova, che offra con intelligenza una visione in grado di rovesciare la storica mancanza di dignità del gruppo sociale da cui provengono i bambini. Si tratta infatti delle caste inferiori – le cosiddette “scheduled cast” da cui proviene chi è destinato ai lavori più umili e meno pagati.

Il progetto della scuola deve poter fornire gli strumenti accademici, di visione umana e della società, che possano costituire la base perché ogni bambino senta profondamente che la sua dignità non è discutibile così come la dignità di chi ha vicino. 

Ed ancora con le parole di Santi:

dalla prima visita alla scuola, nel 2008, ho visto i sogni di questi bambini e ho visto la loro vulnerabilità, che avrebbe lasciato quei sogni nell’etere dell’immaginario scontrandosi con una dura discriminazione dovuta alla nascita.

In questi anni abbiamo lavorato insieme, tutti noi, perché quella parola “dignità” potesse diventare un fatto concreto e non solo una buona intenzione.  

Tutti lavano il proprio piatto e bicchiere 

Molto interessante è il pezzo dove Santi descrive le diverse forme di condizionamento delle famiglie occidentali ed orientali. Non possiamo che ritrovarci, immersi fino al collo, nelle sue parole:

il condizionamento della famiglia occidentale punta al successo individuale e quindi alla realizzazione dell’individuo, il condizionamento indiano al successo della famiglia e quindi ai legami familiari. È chiaro che se ne può parlare solo in modo generale perché sia l’India che l’occidente hanno moltissime sfumature diverse e il sub-continente sta cambiando e rapidamente assorbendo comportamenti occidentali. Nonostante questo si può ancora parlare di differenze e questo può avere un significato anche nel comprendere se stessi. 

Al posto del lettore di queste parole, non mi affretterei a tacciare questo discorso come giusto o sbagliato, né a dare dei voti. Piuttosto credo sia importante constatare nei fatti e sentire come risuona tutto questo nella nostra vita e nella nostra società. E a non trascurare le sfumature. Sappiamo che nelle famiglie tradizionali indiane il matrimonio tra due giovani sposi non era – e non è in molti casi nemmeno oggi – un matrimonio tra due individui, ma un matrimonio tra due casate, tra due famiglie. Motivo per cui il matrimonio stesso veniva – e viene – stabilito dalle famiglie, non dai ragazzi. Le entrate economiche non sono le entrate individuali, ma le entrate della famiglia. Le proprietà non sono private, ma vengono condivise. I giochi che vengono regalati non sono per un bambino, ma per i bambini.

Questa descrizione, che rievoca una famiglia che esisteva, si può credere, in occidente cento anni fa, forse ci può aiutare a vedere la frantumazione cui assistiamo in occidente in tanti individui separati – e spesso isolati – occupati dalla propria carriera, dalle proprie opinioni o dal proprio desiderio di esperienze, come effetto di un condizionamento di natura diversa.

Un condizionamento diverso ma simile nella sua origine: una cultura, uno spirito del tempo, che è solo apparentemente una forte e intima spinta a realizzare se stessi e una libera scelta di condurre la propria vita.

In un caso si tende a mantenere e nell’altro a cambiare i valori della generazione precedente. Tanto in un caso quanto nell’altro si è guidati da un condizionamento che appartiene a un tempo e a una cultura e che si impone sulla persona. 

Non si tratta dunque di dare etichette o giudizi di valore, ma di comprendere, profondamente, che sempre di condizionamenti si tratta, e che quella che noi riteniamo vivere “in libertà” o come “ingiustizia”, in realtà è una vita frutto di numerosi elementi, intrecciati tra loro in modo sistemico e complesso: politica, economia, cultura, lingua, alimentazione, risorse e così via. Forse ad essere importante è la domanda che si pone a se stessi: ma quali sono, realmente, i miei condizionamenti? Ma certo, lasciandoci con le parole di Santi:

non è davvero il caso di parlarne qui, quello che scrivo è inteso a chiedersi se l’educazione può gettare le basi per comprendere il condizionamento, non solo per comprendere il condizionamento degli altri, ma soprattutto per comprendere il proprio, perché è questo che ci rende meccanici. 

Invito a visitare il sito Casa della Pace di Santi Borgni, e se siete stati pervasi da un momento di commozione vi invito a non fermarvi, ma a trasformare quel fiato di sentimento in azione concreta. Sostenere la scuola A. Patwardan vuol dire offrire ai ragazzi e alle ragazze che la frequentano, e che provengono da famiglie povere dei villaggi vicini, la possibilità di una vita migliore, ma vuol dire anche sostenere un cambiamento di prospettiva sulla vita, un esperimento educativo che punta a valorizzare le abilità così come l’interiorità della persona.
Vuol dire, potenzialmente, sostenere un cambiamento dell’umanità verso una maggiore consapevolezza e compassione. Il beneficio è per tutti.

Rimaniamo in contatto?

Pubblicato da Silvia Salese

Psicologa | Clinica, formazione e ricerca - www.silviasalese.com

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