Psicologia dell’informatico: 5 esercizi per vivere felici tra modelli umani e circuiti emotivi

Sei volte in un mese. Sebbene come consulente sia normale vedere emergere i punti deboli in un’organizzazione, non mi era successo con così tanta frequenza, e sei volte in un mese non possono certo passare inosservate.

Sto parlando delle volte in cui qualcuno – tipicamente un imprenditore o un responsabile della comunicazione esasperato – mi parla con preoccupazione o livore degli informatici presenti in azienda o nelle varie agenzie di consulenza a cui si rivolgono: programmatori, softwaristi, sviluppatori, tecnici, esperti architetti e designer di siti web, blog, ecommerce e di tutto ciò che una cultura digitale può concepire.

Sebbene le lamentele siano tante, spesso queste non vengono affrontate direttamente e restano taciute, continuando tuttavia a serpeggiare come sordidi stati d’animo pronti a saltare fuori alla prima occasione, spesso malamente.

Una raccomandazione: questo articolo non vuole generalizzare sulla persona che fa un mestiere informatico e non riguarda pertanto tutti. Si parlerà qui di problematiche spesso avvertite negli ambienti lavorativi: spesso non significa “sempre”, ci sono persone che svolgono un lavoro informatico che non rientrano in questa descrizione e ci sono persone che svolgono un altro tipo di lavoro che invece ci rientrerebbero. Complessità connaturate all’argomento.

Le lamentele si assomigliano quasi tutte:

  • Sanno tutto loro, tu non sei nessuno
  • Non ti ascolta neanche, sa già la risposta e ho l’impressione che quando parlo gli stia dicendo un sacco di banalità. Mi fa sentire come fossi idiota.
  • Devi conoscere il loro linguaggio. Se chiami “estensione” un “plugin”, non capiscono, non si sforzano. E sei tu quello che non capisce niente.
  • Sono quadrati, funzionano per codice binario. Si-no, bianco-nero. Le sfumature li infastidiscono.
  • Non ci sa fare con le persone. Crede siano macchine, interagisce il meno possibile, non ha mai preso un caffè con noi. Non sappiamo nulla della sua vita e non mostra nessun interesse per la nostra.
  • È un pessimo comunicatore. Risponde ai clienti con supponenza, partendo dal presupposto che lui (o lei) abbia fatto uno splendido lavoro e che sia il cliente ad avere torto.
  • Se c’è un ritardo di consegna o qualcosa va storto, non è mai colpa sua: è sempre responsabilità di qualcun altro o addirittura della tecnologia. Questo non ammettere mai i propri errori mi fa andare proprio in bestia.

Potrei andare avanti, ma credo che l’antifona sia chiara, e talvolta comporta brutte conseguenze: inasprimento dei rapporti, intolleranza, pregiudizio, fino a vere e proprie denunce. Cerchiamo allora di capire qualcosa in più e come fare per evitare queste spiacevoli situazioni.

Lavoro, allenamento e personalità

Senza cadere nelle più estreme generalizzazioni, di certo qualche ipotesi si può avanzare e riguarda tutti noi: quando il nostro lavoro – e per giunta quando su questo investiamo anche il nostro tempo libero – comporta lo sviluppo di un range specifico di abilità, molte altre ovviamente vengono meno, e le conseguenze presto o tardi si fanno sentire. Banalmente, se andiamo in palestra e alleniamo solo i muscoli delle braccia, non potremo aspettarci che quelli delle gambe si sviluppino e ci sostengano in modo efficace.

In linea di principio chi svolge un mestiere informatico, spesso (ripetiamolo: spesso non significa sempre) si concentra principalmente sulle cosiddette hard skills. Le hard skills sono abilità e competenze quantificabili che corrispondono, ad esempio, alla conoscenza di programmi e pacchetti informatici, all’uso dei diversi linguaggi di programmazione, alla capacità di utilizzare specifici macchinari e strumenti alla produzione. In questa categoria rientrano inoltre le competenze tecniche che riguardano l’area SMAC (Social, Mobile, Analytics, Cloud) a cui possono aggiungersi anche quelle relative all’Intelligenza Artificiale, alla robotica, all’internet delle cose o alla cybersecurity. Chi fa questo mestiere si allena giornalmente a ragionare in termini matematici e attraverso modelli digitali, con un pericolo: quello di allontanarsi progressivamente dagli esseri del nostro mondo che non ragionano per numeri e grafici ma che hanno necessità di usare le emozioni per comunicare. Sto parlando degli esseri umani.

A molti informatici parrebbe mancare proprio questo: un altrettanto buon allenamento che consenta loro di vivere felici nel magico paese delle emozioni, dell’irrazionalità e dei rapporti interpersonali, dove uno più uno, a volte, fa tre.

Sono le cosidette soft skills, di cui molto si parla in ambito lavorativo e che rappresentano spesso un banco di prova indispensabile – sebbene non quantificabile – per far carriera e per co-creare ambienti interpersonali sostenibili e creativi. E rimanere di conseguenza in buona salute fisica e mentale.

5 esercizi di soft skills per informatici in difficoltà

Voglio dare allora qualche consiglio professionale ai tanti informatici che spesso si trovano in difficoltà o che contribuiscono a generare malumore e malessere senza rendersene conto. Ci sono delle abilità che possono essere allenate specie nei momenti di maggior frizione e tensione. Ognuno nel seguente elenco troverà alcuni ambiti di minor appartenenza (“No, io non sono così!”), ma considerate che probabilmente sono proprio quelli a dover essere analizzati maggiormente e rilevati dai fatti, non dalla valutazione soggettiva.

  • Capacità di ascoltare

Sebbene molti non conoscano il vostro mondo, e indubitabilmente sappiano meno di voi sul linguaggio informatico e le sue mille sfaccettature, non sempre stanno dicendo sciocchezze, e non sempre stanno giudicando voi o il vostro lavoro. Forse non comprendono un dettaglio, forse necessitano di sfogare una frustrazione o forse – udite udite – possono aiutarvi a trovare una soluzione. Non escludetelo a priori.

Esercizio: prova ad ascoltare una persona con la quale ti è difficile andare d’accordo, senza interromperla. Quando ha terminato di parlare, falle un riepilogo di quanto lei ha detto e chiedi se hai capito correttamente. Ripeti l’esercizio per almeno 7 volte con 7 persone diverse, e poi trai le tue conclusioni parlandone con qualcuno di cui ti fidi.

  • Comunicazione interpersonale

Gli esseri umani comunicano con parole e ragionamenti con una percentuale minima degli sforzi fatti in tal senso: siamo attorno al 7-8%. Il resto lo comprendiamo grazie al linguaggio del corpo e al paraverbale, ovvero al come diciamo una cosa e al cosa sta facendo il nostro corpo mentre la diciamo. Siamo esseri fortemente incoraggiati, dominati e motivati dalle emozioni. Quando siete in gruppo, provate a concentrarvi sui significati sottesi alla vostra stessa comunicazione. Contate le persone nella vostra vita alle quali confidereste cose importanti per voi e che fanno con voi altrettanto. Se sono molte passate oltre, diversamente soffermatevi su questo: è indispensabile avere e saper mantenere rapporti significativi.

Esercizio: partecipa ad incontri di gruppo, anche per breve tempo, cercando di mantenere viva la curiosità verso chi ne prende parte. Prendere un caffè in ufficio con gli altri non corrisponde quasi mai ad una perdita di tempo se si sa osservare e si sa perché ci si trova lì. Prova ad individuare i tratti tipici della comunicazione altrui e gli stati d’animo “tra le righe”. Cerca successivamente di verificare le tue tesi.

  • Gestire il conflitto

La gestione del conflitto richiede un’abilità in realtà molto semplice: comprendere che quando scoppia una bufera c’è anche una vostra responsabilità in questo. L’intelligenza emozionale richiesta prevede una buona conoscenza di se stessi e di come si reagisce a delle sollecitazioni fastidiose. Da ciò deriva la capacità di auto-regolazione e accettazione degli altri, a volte difficile ma quasi sempre necessaria per trovare soluzioni e strategie compensatorie.

Esercizio: in presenza di un conflitto, di un malinteso o di un rapporto difficile, domandati con molta franchezza qual è la tua parte di responsabilità nella questione. Una volta individuata, trova il modo di fare ammenda e assicurati che l’impresa ti sia riuscita.

  • Capacità di lavorare in gruppo

Dove per “lavoro di gruppo” non si intende lavorare tutti in una stessa stanza, in silenzio, con il pc davanti a sé. Al contrario, significa portare a termine un compito con altre persone, interagire con altre competenze e punti di vista, e condurre quanto richiesto insieme.

Esercizio: se non puoi prendere in autonomia la decisione di farlo, chiedi ai tuoi responsabili di collaborare con quante più figure professionali possibile al fine di migliorare il vostro lavoro. Fai domande in ufficio, interagisci con colleghi, condividi le esperienze per un fine comune.

  • Leadership

È indiscutibile che l’informatico in molte piccole e medie aziende sia spesso l’unica persona con un bagaglio di conoscenze che gli altri non hanno. Per tale ragione potrebbe ritrovarsi a gestire altre figure professionali, magari per un progetto o per rendere possibili dei cambiamenti nell’organizzazione aziendale. In questi casi la capacità di leading è fondamentale e richiede proprio l’esito di quanto sopra, insieme al riconoscimento delle risorse, dei bisogni e delle abilità soft e implicite.

Esercizio: allenati a gestire gruppi in generale, anche nella tua vita privata se possibile. Prova gli sport di squadra o i giochi in gruppo; proponiti come allenatore o tutor su abilità di tua competenza. Ma ancora prima, sii consapevole che la persona più importante da conoscere e poi da condurre gentilmente sei tu. Ed è anche bello.

E chi lavora con le figure sopra delineate cosa può fare? Certamente non chiudersi dietro a una cortina fumogena, né stringere i denti aspettando che passi, né minimizzare o sminuire, specie se si tratta di dinamiche con un certo impatto sulle relazioni lavorative. Ciò che non viene affrontato è destinato a degenerare. Parlate direttamente con la persona o le persone in questione, cercate delle soluzioni, o se non potete farlo da soli chiedete aiuto. La tensione e lo stress non ha mai aiutato nessuno, come nemmeno partire dal presupposto che il problema non possa essere affrontato e superato in modo costruttivo. Quando ci si riesce, si vince un capitale di energia impensabile, e la qualità del lavoro generato ne sarà la riprova. Provare per credere.

Pubblicato da Silvia Salese

Psicologa | Clinica, formazione e ricerca - www.silviasalese.com

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